Lunedì, 15 Luglio 2024
Città conquistatrice

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

La città gli abitanti la ricchezza

Giusto ieri mi è successo, per la prima volta da dopo il temporale «anomalo» che ha sconvolto Milano e di cui stiamo recuperando si spera rapidamente i danni, di attraversare diametralmente la città da un lato all'altro delle Tangenziali passando per il centro. E seguendo un davvero curioso percorso a zig zag singolarmente diverso da quello di massima abituale su quella traiettoria: i parchi cittadini recintati sono ancora inaccessibili al pubblico e anche molti di quelli non recintati di fatto sono fruibili in modo parziale. E viene meno così l'unica forma di «infrastruttura verde» o greenway di fatto rappresentata dai giardini e dai relativi percorsi interni, che in assenza o forte carenza di ciclabili dedicate lungo le vie cittadine fungevano da spezzoni di percorso sicuro o comode scorciatoie tra un settore automobilistico e l'altro. Davvero macchinoso quindi stavolta, nonostante il traffico lasco di un fine settimana di Ferragosto, deviare ad angolo retto davanti a tanti cancelli sbarrati per imboccare improvvisatissime «circonvallazioni» magari saltellando anche lì tra qualche albero caduto non ancora rimosso sul marciapiede o i classici cantieri senza operai ma irti di cavalletti e barriere di ogni estate fordista che si rispetti. Ma tutto quello zigzagare salire scendere girare e invertire la rotta per poi tornare dall'altra parte, senza volerlo ma con un processo che descriveva benissimo anche Einstein, finisce per indurre qualche fulminante intuitivo cortocircuito: quel percorso era concettualmente identico a un altro già fatto!

Molto di recente e diversamente determinato dal medesimo temporale coi suoi alberi abbattuti. Perché girando nel mio quartiere, pur immediatamente adeguandosi alla faccenda del piccolo e non determinante zig zag da aiuole interdette si notava una cosa assai singolare: la deliberata obliterazione delle ciclabili usate per ammucchiare frasche. E mica roba da poco essendo quelle frasche quasi sempre collegate a più grossi rami e ancor più grossi tronchi. Il ciclista che fiducioso si inoltra come d'abitudine negli abituali passaggi trasversali fra un percorso para-automobilistico condiviso e l'altro è costretto a fermarsi all'improvviso davanti a quelle intricate cataste. A volte scendere dalla bici e seguire il sentierino laterale segnato dai pedoni, a volte tornarsene mestamente indietro perché l'ostruzione fra un muro e un guard-rail è proprio totale. Fermandosi qualche istante a contemplare il doppio disastro, degli alberi sradicati e della liberazione lasciata a metà, capitava però di osservare un dettaglio: quei mucchi disordinati ma anche no di rami foglie mezzi tronchi erano stati messi lì sul percorso ciclopedonale a bella posta. Perché? E perché ci restavano così a lungo? Lì di fianco c'erano spazi anche più comodi e raggiungibili di quella preziosa striscia, a partire dai parcheggi standard svuotati dalle vacanze.

Il primo colpevole, il più immediato, era ovviamente il gruppetto di operai addetti allo sgombero di emergenza. Vuoi per la fretta, vuoi perché da bravi furgonisti considerano ciclisti e pedoni (lo si vede dai parcheggi in pianta stabile sugli scivoli) parassiti urbani da scacciare con un colpo di coda, non avevano dubitato per una frazione di secondo della priorità: prima liberare ogni centimetro quadrato di carreggiata e spazi di sosta dall'interferenza, poi si vedrà tanto possono passare da un'altra parte questi qui. Il secondo colpevole però era chi quelle priorità spontanee o programmate avrebbe dovuto deciderle, intuirle, governarle, controllarle: sicuro sicuro che non si poteva fare diversamente e garantire che tutti i flussi di traffico avessero ovunque il medesimo trattamento, per quanto di emergenza sommario provvisorio? Invece di penalizzare così in modo piuttosto spudorato l'utenza più debole? Ma forse la vera risposta la possiamo intuire sondando in qualche modo il livello per così dire politico del coordinamento e controlli: quello che ormai da parecchi anni privilegia la città che produce e consuma ricchezza rispetto a quella che vive, anche se a volte non coincide affatto con chi gli avrebbe dato la delega di rappresentanza. E che considera evidentemente marciapiedi ciclabili o i parchi e giardini un po' meno prioritari delle strade che portano avanti e indietro quelli che «stiamo lavorando». È un semplice maligno sospetto il mio. Ma non privo di qualche pratico riscontro. Ho messo in copertina un tratto di ciclabile che ho deciso di sgombrarmi da solo lavorando un pomeriggio. Senza delegare. Verrò sanzionato per vandalismo? 

La Città Conquistatrice – Tempo di lavoro 

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