Sabato, 5 Dicembre 2020
Città conquistatrice

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

La città ideale del dopo pandemia è uguale a prima

Christopher Wren, City of London, 1666

Giustizia, efficienza, bellezza. In questa triade si riassume da sempre la sintesi tra la Polis dei cittadini dei diritti del benessere collettivo e individuale, e l'Urbs delle pietre e dei cangianti equilibri ambientali tra natura e artificio. Certo non tutte le componenti entrano storicamente in contemporanea nel definire l'idea di città, che sia quella dell'utopia o della pratica politico-amministrativa o quella degli interessi particolari, e neppure l'equilibrio relativo e/o l'ordine di importanza si avvicina se pur vagamente a uno standard. Pensiamo a tre modelli prevalenti di tre epoche diverse: l'equilibrio dei principi di spazio pubblico e spazio privato delle primissime idee di città moderna, dalla griglia ortogonale di agrimensione urbana in stile americano, ai sistemi stellari, a cerchi concentrici o compositi di riqualificazione europea o delle grandi nuove capitali coloniali; l'approccio estetico-formale che vede la qualità visiva e gli equilibri di forme-funzioni al centro dell'attenzione, caratterizzante il modernismo architettonico novecentesco ma non solo; e in mezzo la città sana, dell'acqua pura aria fresca e sole per tutti, e poi dei presidi fognari, ospedalieri, a curare ciò che è impossibile prevenire, idea di salute urbana attiva che contiene anche l'antiurbanesimo, che sia la nostalgia dello stato naturale-rurale o il decentramento pianificato delle attività.

Se esiste qualcosa definibile seriamente come «buona urbanistica» al di là di gusti personali o orientamenti di carattere culturale, politico, sociale, e al di là delle contingenze, è quella che consapevole cerca un riequilibrio fra le tre grandi componenti sulla spinta di una evidente crisi per eccesso di una o due nel prendersi tutto lo spazio. Salute, denaro, estetica, banalizzate fino all'osso e in termini contemporanei, ci sono sempre, si tratta di recuperarle, certamente non di scoprirle, come pare intenta a fare certa ingenua pubblicistica sin dall'esplodere della pandemia, non si capisce bene se in buona o mala fede. Un recentissimo articolo del Diplomatic Courier per esempio parla addirittura di «Nuova Urbanistica Dopo Pandemia» proponendo una rassegna di posizioni ed esperienze sia storiche che di oggi sul recupero dell'obiettivo salute e benessere nella forma urbana. Certo come spesso accade troppa autoreferenzialità americana non giova né alla chiarezza né alla consapevolezza delle questioni in campo, come partire storicamente dal Central Park di New York, per ragioni intuibili ma piuttosto sballate considerato «benefico alla salute umana e dell'ambiente, il cui successo porterà alla democratizzazione del verde in tutto il Paese, ma soprattutto derivante da un diffondersi di epidemia».

La cosa che non va qui, è la solita scoperta dell'acqua calda, dei nostri contemporanei così come forse delle classi dirigenti americane ottocentesche davanti alle proposte di William Cullen Bryant, Andrew Jackson Downing, Frederick Law Olmsted, Calvert Vaux e altri, di riequilibrare l'idea di città sul versante giustizia-salute dopo che l'originaria agrimensione urbana della griglia ortogonale liberale decisa dal giurista Gouverneur Morris nel 1811 aveva fatto oscillare troppo il pendolo verso la pura efficienza-equilibrio tra i diritti pubblici e quelli privati. Ed è certamente «buona urbanistica» questa, ma lo è in modo consapevole proprio se sa quel che sta facendo: non con fervore quasi religioso esplorare nuove frontiere di specifico segmentato ideale, ma recuperare il peso perduto proprio inseguendo troppo altri aspetti, che vanno benissimo finché non si esagera a confondere la parte col tutto. La gente di New York moriva perché (colpa anche delle sommarie conoscenze scientifiche dei Padri fondatori) in generale ci si era troppo affidati a una confusa fede nella salubrità dell'aria di mare nel ripulire fin nel profondo delle più luride sentine di quegli isolati di circa 100 x 200 metri ripetuti ossessivamente dal geometra agrimensore dentro la griglia ortogonale. Qualcuno intervenne a correggere il marchiano errore due generazioni più tardi, ma non portava la verità contro la menzogna, riportava solo un equilibrio perduto. Pensiamoci, davanti a tutti questi spacciatori di ideale urbano post-pandemia: i loro progetti sono solo progetti, non una idea di città.

La Città Conquistatrice – Salute

Allyson Berri, «Post-pandemic urban planning», Diplomatic Courier 19 ottobre 2020 

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