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Lunedì, 15 Aprile 2024
Città conquistatrice

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

La città non è una scatola di Lego

Tempo fa stigmatizzavo una particolare trasformazione di piazza «riappropriata dai cittadini» come occasione mancata per fare praticamente qualunque cosa: evidentemente la burocrazia tecnica si era divorata qualunque buona intenzione originaria, rigirando ogni cosa nei propri automatismi. Almeno così credevo io, osservando tra l'altro come in quel caso si fosse addirittura da un lato peggiorata la situazione rispetto a prima (salvo una specie di sempre utile ripulitura-manutenzione) dall'altro aggirando piuttosto evidentemente questioni essenziali di accessibilità sicurezza e uso di quella stessa piazza, nascondendosi dietro i vasi non comunicanti delle competenze, decisionali ed esecutive. Molto tempo dopo, mi è capitato di citare quel caso negativo in una discussione su tutt'altro, e di suscitare sguardi piuttosto perplessi ai limiti dell'offeso. Beh, a mia insaputa mi ritrovavo attorno a un tavolo insieme a quei «cittadini riapproprianti» di cui sopra, che giudicavano invece in termini estremamente positivi la trasformazione. Ma è il motivo, per cui la giudicavano così positivamente, la cosa più interessante da osservare: non tanto la qualità dello spazio, dei dettagli, delle relazioni che erano state consentite/ripristinate dal rifacimento, bensì il fatto che si trattava del «loro progetto». E trattandosi di persone che per mestiere gestivano processi partecipativi urbani, non c'era alcun dubbio che in un modo o nell'altro lo fosse davvero, che fossero stati attivamente coinvolti nelle decisioni su quella trasformazione urbana. Lo spazio era come se l'erano immaginato. Il che a mio parere nulla toglieva alla sua pessima qualità, di merito ma soprattutto e proprio di «metodo partecipativo».

Sta qui il nodo: partecipare a cosa? A quali decisioni? Il diritto del cittadino sarebbe di fare il cittadino, ovvero esprimere aspirazioni, bisogni, e chiedere in modo puntuale una risposta a chi la sa calibrare adeguatamente, ovvero «ne capisce». Perché la competenza è sempre indispensabile, nessuno si sognerebbe mai (c'è anche quella famosa vignetta del New Yorker nella carlinga di un aereo) di interferire con la guida di un mezzo di trasporto, o di chiedere adeguata partecipazione all'estrazione di un molare. Le cose le lasciamo fare a chi è preparato, ha esperienza, sa evitare possibili errori e raggiungere l'obiettivo. Nostro compito è indicarlo nel modo più chiaro, e controllare che il messaggio sia stato recepito, non sostituirci all'esperto. E invece quando veniamo alla trasformazione degli spazi pubblici urbani tutti si immaginano giocatori con la Scatola Lego del Piccolo Architetto: questo lo mettiamo qui, questo lì, gli alberi meglio siano conifere che mi ricordano tanto il giardino della nonna … e avanti di questo passo. Poi ovviamente gli esperti intervengono, a cambiare tutto ciò che contrasta con alcuni standard tecnici, o magari alcuni vincoli, ma si tratta in sostanza di una interferenza burocratica normalizzatrice, non certo di una correzione di merito.

E se gli effetti sono di pessima qualità quando i cittadini esperti improvvisati si esercitano su un progetto semplice come l'arredo di una piazza, figuriamoci che rischi si corrono quando si passa all'urbanistica vera e propria, ovvero le strategie di largo respiro che presiedono allo sviluppo urbano dal punto di vista fisico, sociale, della mobilità, ambientale eccetera. Qui ci viene in soccorso il racconto di due recenti esperienze americane del genere: le varianti generali urbanistiche di Minneapolis e Seattle, nel segno della «densità», coi cittadini organizzati e partecipanti in primissimo piano. Ma dove la partecipazione, molto attiva, ha riguardato un obiettivo sociale legato a uno fisico, riassumibile molto rozzamente in: più densità più case economiche e costo della vita più basso. Detto in altri termini, nessun cittadino partecipante si è sognato di improvvisarsi urbanista, progettista di densificazione dei lotti con tipi di edifici più o meno larghi e alti, esperto amministrativo o di redazione di delibere. Nessuno ha invaso il campo di chi ne capisce, come fanno certe signore con l'arredatore del loro soggiorno, ben consapevoli del rischio di perdere di vista gli obiettivi veri. E la vera differenza tra i due casi è che in uno si è riusciti a coprire tutta la città con le nuove regole di trasformazione, nell'altro solo una piccolissima fettina. Perché? Perché a Minneapolis i cittadini partecipanti hanno saputo fare meglio il loro mestiere, comunicando ad altri cittadini l'interesse generale, mentre a Seattle l'urbanistica è rimasta più confinata agli uffici e al dibattito consiliare. Più dettagli nell'articolo linkato.

La Città Conquistatrice - La densità urbana è di sinistra o di destra? 

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