Venerdì, 30 Luglio 2021
Città conquistatrice

Opinioni

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

La città virtuale nel manoscritto ritrovato

US Resettlement Administration, Greenbelt Towns, 1936 (dettaglio)

Capita molto spesso di leggere dei romanzi che iniziano col ritrovamento di un manoscritto o di un piccolo archivio. L'intera narrazione si svilupperà poi sulla base di quanto si legge in quei documenti. Solo per fare un paio di notissimi esempi dalla letteratura italiana, basta ricordare qui I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, o il più recente best seller internazionale di Umberto Eco, Il Nome della Rosa. Ma si tratta di un espediente molto diffuso, che ha decine e decine di ottimi interpreti. Probabilmente, all'inizio di tutto, c'è stato davvero qualcuno che quel misterioso affascinante manoscritto antico l'ha trovato davvero, al tempo stesso a risparmiargli la fatica di inventarsi la storia, e conferendo autorità e veridicità indiscussa ai fatti narrati. Poi, visto il successo del metodo, ma al tempo stesso la difficoltà di trovare davvero tutti i fantastici manoscritti richiesti teoricamente dal mercato, si è cominciato a produrseli in casa, anzi in testa, un po' come certi laureandi disinvolti usano mettere a piè di pagina o in Bibliografia opere che non hanno mai letto, per conferire più autorità alle loro discutibili elucubrazioni. Però talvolta capita ancora sul serio di inciamparci, in qualcosa di molto simile a un affascinante manoscritto, anche senza solai polverosi, bauli tarlati o grotte remote con un drago che monta la guardia all'ingresso.

È successo per esempio al sottoscritto – non per la primissima volta, ma sono comunque incontri rari – un po' di giorni fa, dentro il baule virtuale di una tesi di dottorato vecchia di alcuni anni, che riportava, piccolo piccolo in una nota a piè di pagina, il titolo di un articolo tecnico-amministrativo americano vecchio di tre quarti di secolo. Il resto della nota spiegava che l'importanza di quel pezzo era la «scoperta del termine sprawl usato per la prima volta a descrivere il degrado del territorio». In un primo momento avevo anche liquidato la nota come imprecisa, e dettata dalla solita ansia di chi scrive dissertazioni universitarie, di fare comunque qualche genere di scoperta: sprawl era certo un modo non comunissimo di stigmatizzare la dispersione suburbana, prima della guerra mondiale, ma conoscevo da tempo esempi anche precedenti, sia nel dibattito americano (un convegno della Tennessee Valley Authority del 1937), sia in quello europeo (le audizioni databili alla seconda metà degli anni '30 della Commissione Agricoltura e Paesaggio britannica). Insomma che si potesse chiamare «spaparanzamento territoriale» il sorgere qui e là disordinato e degradante di edifici e infrastrutture, lo capivano bene in tanti, se non tutti, già quando architetti e altri teorici sognavano i grandi spazi per tutti, come la famosa «Broadacre City» automobilistica e autostradale di Frank Lloyd Wright, evidentemente pensata ignorando o disprezzando chi ne indicava limiti e rischi.

Però quel testo citato nella nota a piè di pagina mi incuriosiva comunque, a sono riuscito abbastanza rapidamente a procurarmene una copia per dargli un'occhiata da vicino, anche perché il titolo recitava stimolante e per nulla intuitivo: «Le scorte di terreni delle nostre città». Forse forse, l'estensore di quella tesi aveva in realtà davvero scoperto qualcosa di importante e inedito, ma non era tanto l'uso per la prima seconda o quinta volta della parola «sprawl»: era invece la straordinaria attualità di quello che definiva. Certo parlava, come tanti altri testi di quel periodo, che usassero o meno la parolaccia da cinque lettere, di casupole sparse per viottoli fangosi, tra lotti inedificati, pali della luce privi di fili elettrici, pezzi di marciapiede che iniziavano in un nulla per terminare poco più avanti in un secondo nulla. E però a differenza di molte descrizioni coeve (e ahimè successive sino ai nostri giorni) il disorientamento di due studiosi di scuola tecnico-amministrativa davanti a quella realtà era ben altro che caratterizzato da un disprezzo estetizzante, e considerava la bruttura un semplice sintomo di qualcosa di peggio e più profondo. Lo sprawl (alla lettera «this sprawling development») era un abominio amministrativo perché scavalcava le capacità di azione dei governi ai vari livelli; era un abominio finanziario perché caricava le medesime amministrazioni di artificiosi oneri proiettati in un probabilmente lontanissimo futuro; era un abominio socioeconomico e ambientale, perché cancellava agricoltura e spazi naturali sostituendo ad essi una «città virtuale» fatta solo di promesse da imbonitori. Esattamente le stesse, che oggi provano a rifilarci tutti i cosiddetti teorici delle città diffuse, infinite, dello sviluppo del territorio dove si sviluppano solo turbinosi opachi flussi di denaro. Ma lasciamo parlare, come direbbe un autore letterario, il manoscritto trovato nel vecchio baule polveroso:

Harold S. Buttenheim, Philip H. Cornick, Disponibilità di suoli ed espansione urbana, Journal of Land & Public Utility Economics, agosto 1938 

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