Lunedì, 27 Settembre 2021
Città conquistatrice

Opinioni

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

La dispersione urbana non esiste, o sì?

I recenti incendi che hanno piagato alcune zone della California distruggendo intere cittadine sono stati spesso attribuiti alle anomalie del cambiamento climatico, ma c'è una causa specifica per le gigantesche distruzioni: lo sprawl suburbano che è la caratteristica costante di tutti quegli insediamenti. Notano critici e studiosi come, questo genere di espansione anti-urbana i cui criteri sono dettati da un perverso impasto tra il mercato edilizio e la subcultura automobilistica, con tutti i suoi automatismi, si sia in realtà sviluppato esattamente in aree che negli anni erano state proprio interessate da altri incendi, cambiamento climatico o no, dolo o no, ma con effetti assai meno disastrosi semplicemente perché quelle sterminate lottizzazioni di villette non c'erano. Per usare alla lettera le parole di una esperta di ambiente e territorio intervistata dal San Francisco Chronicle, «Incendi e distruzioni sono principalmente derivanti da cause umane. Nel duplice senso, se guardiamo agli insediamenti urbani, che più persone presenti vuol dire aumentare la probabilità che qualcuno appicchi l'incendio, e ovviamente anche molte più case e persone a rischio da provare a difendere».

Difendere, schermare, tutelare, prevenire, curare: ma cosa, come, addirittura perché? Forse basta rispondere al primo quesito del «cosa difendere» per imboccare il percorso virtuoso verso una risposta decente. Dobbiamo difendere e tutelare l'inevitabile presenza umana sul territorio per le proprie attività di vita e relazione socioeconomica. E qui si apre il resto, a partire dagli spunti iniziali e dall'osservazione a suo modo dirompente dell'esperta: la presenza umana deve essere garantita su quel territorio specifico, semplicemente scelto dal «mercato» con criteri che nulla hanno a che vedere con la geografia, il clima, l'ambiente, ma solo la convenienza finanziaria e speculativa sui terreni da infrastrutturare e già in parte serviti da altre infrastrutture portanti (in genere le superstrade)? Ovvero ha qualche senso scaricare su abitanti presenti e futuri, e in definitiva sull'ambiente, sul pianeta, gli equilibri climatici, la biodiversità, banali scelte speculative determinate da antiche piuttosto rudimentali scelte di sviluppo urbano?

Perché questa cosa degli incendi californiani devastanti al limite del surreale, come abbiamo visto da quelle foto pubblicate dalla stampa con la scacchiera infinita dei lotti vuoti, fatti solo di cenere grigia in tutte le sfumature di grigio dell'asfalto e del legname bruciato, è la pur tragica punta dell'iceberg di tutto ciò che non va nello sprawl, vale a dire nel modello di sviluppo consumistico estremizzato. Il quale non ha nulla a che vedere con le clientele assatanate il giorno dei saldi al centro commerciale, o le code notturne per accaparrarsi l'edizione limitata delle ultime sneakers o del cofanetto vintage di qualche cantante di culto. Ha molto, moltissimo a che vedere, invece, col modello stabilito generazioni fa da qualche stratega politico-economico, e che siamo abituati a considerare come normalissimo, per quanto a volte problematico, percorso «di progresso»: la maggiore possibile individualizzazione dei beni di consumo durevole che ruotano attorno alla casa in proprietà unifamiliare in un ambiente segregato a bassa densità come quello dello sprawl. E si badi: non c'è nulla di paranoico o complottista in tutto questo, solo una brevissima sintetica riflessione su quel che hanno pensato e attuato grandi strateghi a partire dalla metà del secolo scorso in poi. Ma che evidentemente non va, e lo dimostrano per esempio i danni degli incendi.

La Città Conquistatrice – Sprawl

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