Città conquistatrice

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La domanda e l'offerta di ristorazione per pendolari e turisti

Foto Fabrizio Bottini

C'è stata un'epoca in cui abitare nel centro storico delle grandi città era davvero una rogna. Anzi a ben vedere si tratta di un'epoca ancora in corso, se consideriamo l'infinita serie di pressioni che nell'epoca industriale mirano a sostituire una attività con l'altra, ma mantenendo fissa la tendenza ad espellere da lì chi le attività le svolge per lavoro, risiedendo altrove. Tra gli anni '60 e '70 del secolo scorso il babau si chiamava in gergo da urbanisti «terziarizzazione dei centri storici», e stava a significare sostituzione delle case con uffici (sia demolendo e ricostruendo, sia recuperando e riqualificando) e tutta l'area urbana un tempo circondata dalle mura diventava luogo di segregazione funzionale, specializzazione simile a quella delle downtown americane di grattacieli, spazi che perdevano di senso e forma. I più efficaci oppositori di quel processo erano i cultori dell'arte e dei beni culturali. Ma nella loro logica estetizzante credevano di poter risolvere il tutto conservando edifici, tessuti, vedute, lasciando però andare in malora tutta la complessità sociale che le aveva generate e trasformate: le attività strettissimamente legate della residenza multiclasse, del commercio di prossimità e delle attività di servizio artigianali, le piccole produzioni agricole.

Quel conservazionismo di origine artistico monumentale immemore anche dei moniti dei suoi padri fondatori, dal germanico Camillo Sitte all'italiano Gustavo Giovannoni, che non a caso tanto avevano contribuito alla nascita dell'urbanistica moderna, si accontentava di «conservare la storia» sostituendo all'asfalto del porfido in tinta, restaurando facciate anziché innovando le attività economiche, senza cogliere quanto disastroso potesse essere nasconderci dietro un centro commerciale strutturalmente e funzionalmente identico a quelli suburbani dove si erano già trasferite tante attività tradizionali, uno scatolone virtuale pronto a crollare miseramente su sé stesso al minimo cedimento della «attività ancora» o del suo mercato. In una prima fase la terziarizzazione dei centri storici era di tipo industriale: attività amministrative e di servizio in orario d'ufficio e accessori – dai bar al commercio rivolto a quei lavoratori pendolari - tarati sulla medesima lunghezza d'onda.

Poi la terziarizzazione postindustriale ha aggiunto o sostituito al cocktail turismo, movida, eventi, nella famosa metropoli 24/7/365 che «non dorme mai». Ma molto si stava comunque continuando a muovere, ad evolversi, attività a nascere e morire, spazi a riqualificarsi e cambiare natura, una evoluzione che l'esplodere dell'ultima crisi sanitaria ha fatto accelerare all'infinito. Se oggi i nuovi comportamenti indotti dalla crisi sanitaria (ma sono cose che si sarebbero comunque imposte magari con più gradualità) telelavoro incluso, fanno crollare come un castello di carte fradicie il centro storico/commerciale e le sue attività di servizio aggrappate alle «ancore» bancario-commerciali-turistiche, tutti dovrebbero prendersela con le politiche urbane anziché col destino cinico e baro che fa chiudere le birrerie della movida riciclate al mattino in caffetterie della colazione. Quelle che hanno consentito e favorito l'artificioso pullulare di ogni genere di offerta là dove veniva artificiosamente trascinata la domanda. Quelle che hanno consentito di trasformare portici di pubblico passaggio nell'ennesimo formato commerciale privato sul modello «mall» di qualcosa. E tutta la filiera dei flussi liberi della città in una specie di catena di montaggio col city user nel ruolo di materia prima da spremere e sputar fuori alla fine.

Adesso, poniamo, chi lavorava otto ore in Ztl se ne sta da un'altra parte a telelavorare, e non ha motivo di frequentare il tuo bar nell'area pedonale. Perché non fai come lui e non segui la clientela? Perché pretendi che invece sia la domanda ad essere trascinata là dove tu le dai una risposta? È una interpretazione sovietica o cretina dell'idea di mercato? Non pare un concetto così difficile in sé, tragedie economiche personali a parte. E anche chi decide le localizzazioni attraverso l'urbanistica o altri strumenti di governo, provi a tornare sui suoi passi rispetto a quell'idea di segregazione/concentrazione: difendere il proprio lavoro, il proprio reddito, la propria ragione di vita, non dovrebbe diventare un'arma puntata contro la città.

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" Quando su un motore di ricerca proviamo a inserire l'aggettivo ""urbano"" di solito spuntano il cognome di un cantante country marito di una famosa attrice, o una linea di abbigliamento. Anche quelle cose sono la dimostrazione che, in un modo o nell'altro, la nostra vita ormai si sviluppa dentro a qualcosa chiamato città. Proviamo a raccontarla "

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