Giovedì, 24 Giugno 2021
Città conquistatrice

Opinioni

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

La Milano in Gondoléta

Foto di Fabrizio Bottini

Sono tantissimi gli italiani che si ricordano di quando pochi anni fa in uno dei suoi memorabili show televisivi Adriano Celentano mostrava certi bozzetti pittoreschi di alcuni angoli di Milano. A intervallare le sue elucubrazioni su ciò che gli appariva «lento» e quanto suonava invece «rock», diapositive di ponti, canali, persone in sosta a scambiare due parole, angoli di edifici, luce radente e atmosfera tranquilla. Non si capiva esattamente se fossero quadri storici, fantasie, vecchie foto ritoccate o addirittura foto di oggi trattate con un certo effetto «vintage», e infatti erano auspici, immagini di una possibile città del futuro «sostenibile e a misura d’uomo», come quella richiesta da uno dei tanti referendum consultivi di indirizzo approvati a schiacciante maggioranza: la riapertura della Cerchia dei Navigli. Difficile contestare l’idea di conversione in qualcosa di più vivibile, di quella che è oggi una specie di pista per go-kart invasa di auto, autobus e taxi che girano vorticosi in senso antiorario (salvo corsie riservate) attorno al centro di Milano.

Ma se si va a ripescare una qualunque serie di articoli di giornali dell’epoca in cui quell’anello di canali fu appunto trasformato in una circonvallazione automobilistica, si coglie qualcos’altro, oltre l’incoscienza di cosa siano gli scarichi inquinanti. Allora, nell’età del jazz dei ruggenti anni Venti, il lento e si presume piuttosto puzzolente fluire di quelle acque attorno al centro di Milano era considerato, alla lettera, un «cappio la collo della città», che le impediva di scatenare tutti i suoi flussi vitali. Flussi vitali, beninteso, che all’epoca in stile newyorchese coerente significavano automobili, grattacieli, il ritmo frenetico della vita moderna per citare il famoso carosello dell’aperitivo al carciofo. Ci ricordava anche, l’attore Ernesto Calindri protagonista dello spot, quanto il ritmo frenetico delle automobili e degli uffici a grattacieli inducesse un certo «logorio della vita moderna». A superarlo, però, quel logorio, esagerare con gli aperitivi al carciofo non giova affatto: al massimo lo fanno dimenticare per un po’, ma poi arrivano i postumi ed è pure peggio. Lo stesso succede con l’idea di scoperchiare i Navigli, trasformando idealmente Milano in una specie di improbabile Venezia per turisti ansiosi di scattarsi il selfie col piccione.

Perché gli ingegneri fascisti che sognavano quell’anello di piste ad alta velocità a circondare la «city» di grattacieli, col loro progetto hanno trasformato un sacco di altre cose: dimenticarsene sarebbe sciocco e pericoloso. Gli effetti della tombatura del Naviglio, sui trasporti, sull’urbanistica, sulle attività e la vita di una intera regione metropolitana, hanno avuto tre o quattro generazioni per dispiegarsi e manifestare i propri effetti, costruendo equilibri magari imperfetti, ma sicuramente da considerare. Gli uffici centrali, con le loro migliaia e migliaia di posti di lavoro nei settori innovativi e terziario-avanzati, ci resteranno in quel centro idealmente percorso da gondole cariche di turisti con fisco di Chianti e tenore cantante? Ci saranno terremoti nei valori immobiliari di tutta l’immensa area interessata da gentrification e neo-movida? Sembra che nessuno ci pensi, oppure che ci stiano pensando solo coloro che hanno intenzione di speculare su quell’idea un po’ rudimentale, anche solo per catturare il consenso dei semplicioni. Il nostri antenati prossimi di epoca fascista, con la loro idea un po’ meccanica di progresso nel segno dell’automobile e dei grattacieli, almeno agivano nel quadro di un immenso piano regolatore urbanistico, sotto il pugno di ferro di un’amministrazione locale autoritaria e non eletta. Oggi, magari solo per seguire l’onda della moda «vintage», si rischia di combinare un pasticcio di dimensioni tutte da definire. Dov’è il piano generale? Perché non ce lo fate vedere?

Su La Città Conquistatrice un testo del 1928 racconta, con la voce dell’Ingegnere Capo dei servizi urbanistici il grande programma entro cui si inseriva a quel tempo la chiusura dei Navigli 

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