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Giovedì, 2 Dicembre 2021
Città conquistatrice

Opinioni

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

La Periferia non è un posto per Giovani e Donne

Il disagio per la marginalità urbana è probabilmente vecchio tanto quanto la città stessa: in pratica inizia quando qualcuno che non ha partecipato in alcun modo alla formazione di quello specifico ambiente ci capita dentro per una ragione o per l'altra sentendosi parecchio spiazzato. La stessa città e i suoi abitanti si autocostruiscono ed evolvono ovviamente giorno per giorno su misura per sé stessi e non per altri bisogni e aspirazioni, mettendo gli eventuali intrusi al loro posto marginale con un metodo che da subito profuma di segregazione funzionale. O se vogliamo usare un travolgente gergo tecnico di zoning specializzato e attrezzato. Prendiamo il mercato, dalla fiera temporanea nello spiazzo improvvisato fuori le mura alle più moderne strutture attrezzate come quella verso cui si dirigono le carovane dei contadini ogni mattina attraversando la Senna sul Pont Neuf nel magnifico inizio de L'Assommoir di Èmile Zola. I forestieri, coltivatori dei dintorni o mercanti o scombicchierati che leggono la mano o offrono pozioni miracolose, si mescolano ai cittadini solo dentro quella camera di compensazione segregata dell'area mercato, antesignano anche dei futuri quartieri degli affari. Un modello che con l'accelerazione imposta dalla modernità industriale si applicherà anche alle masse dei nuovi venuti con l'aspirazione ad una vita migliore da operai.

In principio è la nostalgia del villaggio rurale a guidare tutto. Le famiglie sbarcano là dove le porta il destino, nelle zone vicino agli impianti industriali fumanti, o agli scali ferroviari o portuali, si arrangiano dentro le stie in affitto che sono «slum» già da nuove, organizzate da qualche loro furbo compaesano arrivato un po' prima, e provano a ricostruire reti di relazione etnico-culturali simili a quelle che si sono lasciate alle spalle. Lo spazio fisico si definisce da solo, è quel che è e tocca contentarsi al massimo di trasformarlo con l'uso, inventandosi comportamenti, luoghi di incontro che evocano l'aia e il portico, arricchendo lo spazio della preghiera di nuove funzioni e aspirazioni. Ma la nascente sociologia urbana inizia a scoprire che questa spontanea ricostruzione del villaggio urbano-metropolitano, al posto di quello perduto rurale comunitario, ha due caratteristiche di grande interesse: lo spazio fisico lo modifica sul serio e non solo nella percezione soggettiva degli abitanti, prefigurando una sorta di «meta-progetto del quartiere», per esempio fissando un raggio massimo di influenza del nodo identitario a cui la comunità fa riferimento e oltre il quale il quartiere finisce e ne inizia un altro; il processo non vale soltanto per gli sradicati dal territorio e dalla società rurale tradizionale, ma anche per i cittadini da generazioni, specie per quelli che colonizzano nuove zone di espansione periferica suburbana, anche loro in cerca di un proprio «villaggio». È quello che si chiamerà (con l'intuizione di un misconosciuto architetto di Chicago poi resa famosa da un sociologo newyorchese che la Chicago dei «villaggi spontanei» la studiava proprio in quegli anni) Unità di Vicinato – Neighborhood Unit.

Il modello fisico poi perfezionato dagli architetti a cavallo tra gli anni '30 del ventesimo secolo e la ricostruzione post-bellica con le città nuove e lo Urban Renewal dei grandi complessi popolari che vorrebbero sostituirsi allo slum spontaneo. Ci sono due fattori però molto attenuati se non del tutto scomparsi, qui: l'evaporata spontaneità socio-spaziale della auto-costruzione incrementale (partecipata diremmo forse oggi) del quartiere, sostituita dalla progettazione tecnica coordinata degli architetti; l'assenza della sociologia come fattore e professionalità implicita nel progetto, oltre che come accade a fare da ammortizzatore e «assistenza alla urbanizzazione di massa». Accade così che meccanicamente e a ben vedere piuttosto assurdamente si producono in serie in tutto il mondo occidentale e occidentalizzato nuove periferie realizzate attorno a un modello ideale non più esistente: la famiglia americana di riferimento del New Deal (in parte del riformismo europeo) su cui si era plasmata la prima versione dell'Unità di Vicinato: alloggi, strutture, aggregazioni, servizi e culture. Contenitori di aspirazioni e soggetti diversi, che manifestano presto inadeguatezza e rigidità, incapacità ad accogliere in primo luogo la soggettività adolescenziale o quella femminile in cerca di orizzonti personali e collettivi così diversi. Ed ecco nato, direttamente da un cocktail sbagliato per assenza dell'ingrediente sociologia, il Disagio delle Periferie. Sulle cui prospettive e realtà prova a riflettere il numero monografico della rivista Scomodo prodotto collettivamente da chi quel disagio lo vive ogni giorno e cerca di capirne senso e sbocco.

Scomodo n.23 - Nuove Periferie - L'evoluzione della marginalità urbana

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