Lunedì, 19 Aprile 2021
Città conquistatrice

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

Le mille bolle blu di massa

Sono tornato all'acqua liscia, spero soltanto perché quella gasata mi dilatava lo stomaco. Sospetto però che le ragioni siano molte altre, più complesse, e sia necessario fare qualche passo indietro. La mercificazione dell'acqua, quella cosa che costituisce la quasi totalità del nostro corpo, usare questa base della vita come forma di sostanziale odioso ricatto per ammucchiare quattrini, dichiarandola «oggetto di libero scambio», sta alla base delle campagne degli anni scorsi a sostegno della sua natura pubblica. L'essenza del bene comune, così comune appunto da non farci nemmeno più caso, finché qualcuno non si pone la classica questione: perché non dichiararla mia proprietà mettendoci attorno dei paletti giuridico-costituzionali e fisici a delimitarla? Più o meno lo sappiamo per aver letto qualche articolo o saggio in materia, quali sono quei paletti: diritti monopolistici di sfruttamento commerciale in cambio di qualche minima garanzia di investimenti in infrastrutture, dichiarazioni di principio negate dalle pratiche consolidate, e così via. Simbolo e sostanza di questa articolatissima mercificazione della vita, l'acqua da bere in bottiglia e il suo fulmineo percorso da prodotto particolare di uso saltuario, a forma più diffusa di consumo, sottilmente proposta come buona e sana a fronte delle vecchie e inaffidabili reti di acquedotti pubblici, buoni giusto per farci lucrosi appalti di manutenzione. Dalle campagne e dai referendum per l'acqua pubblica ci sono rimaste tra l'altro quelle casette di distribuzione locali della cosiddetta «acqua del Sindaco».

Sistemati in qualche piazza a svolgere anche funzione vagamente «monumentale» simbolica, e di luogo di incontro tra cittadini, questi chioschi di varia forma e progetto ci ricordano appunto costantemente che l'acqua è nostra, per diritto di nascita, non perché qualche magnanimo consiglio di amministrazione ce la concede magari ad altrettanto magnanimo basso prezzo. L'unico prezzo dovuto è quello della consapevolezza, della cittadinanza, magari della fiscalità se proprio indispensabile, e per chi se la deve permettere. Mentre in alcuni Comuni quell'aspetto della fiscalità è stato (a mio parere impropriamente e incoerentemente coi principi della campagna) tradotto nella tariffa da pagare ad ogni prelievo di Acqua del Sindaco, nel caso di Milano dopo Expo 2015 si è deciso di distribuire in tutta la città – in modo più o meno omogeneo per quartieri - gli abbeveratoi studiati originariamente per il sito espositivo. Dal centro ai remoti parchi che confinano con la fascia agricola di interposizione urbana, si possono così trovare queste casette, illuminate anche nella nebbiosa notte invernale, dove col solo controllo della tessera sanitaria personale si possono prelevare sei litri d'acqua a testa, filtrata, refrigerata, liscia o gassata. Sono diventato cliente regolare di quelle casette quasi da subito, al punto che i miei lunghi giri in bici dentro o di traverso alla città spesso si articolavano come tappe tra un piccolo prelievo da mezzo litro e l'altro. Il che sull'arco dei mesi e delle stagioni mi ha dato lo spunto per osservare una mutazione.

Eravamo abbastanza pochi in principio. Spesso gente che si avvicinava curiosa a chiedere cosa fosse quel trabiccolo, come funzionava, più qualche ringhioso immancabile commento-lamento sui pubblici poteri che sprecano tempo e denaro in giocattoli invece di mettere in galera i ladri, eccetera eccetera. Una sorta di social network di piazza specchio della società da un certo punto di vista, coi suoi utenti consapevoli, quelli più casuali e sballottati, e naturalmente le varie forme di troll sempre in agguato per infilarsi nei punti deboli, visti come leva per scassare tutto. Qui il vero punto debole era anche il punto di forza, ovvero la gratuità: simbolica dell'acqua come diritto dei cittadini, ma che senza una certa consapevolezza evidentemente difficile da indurre direttamente, si traduceva in implicito invito all'abuso. Sono cresciuti così da un lato comportamenti dal vandalico all'antisociale (gente con mazzetti di tessere che occupava in pianta stabile i chioschi periferici come fossero cosa propria), e dall'altro in generale cambiata l'utenza verso un approccio più «consumistico-gratuito» che pubblico.

Il processo possiamo assimilarlo un po' a quello di una spiaggia libera o meglio liberata resa più accessibile e nota al pubblico: arrivano i pionieri utenti magari ambientalisti, puliti, attenti, decorosi, poi si riversano le masse prive di consolidata cultura dello spazio pubblico, e partono accaparramento, degrado, perdita del senso originario. Ora che fare a fronte di quei monovolume parcheggiati col baule aperto a cinquanta centimetri dal rubinetto «pubblico», da cui un tizio in canotta con aria proprietaria e ringhiosa risucchia taniche di acqua fresca gratis ribattezzata «Acqua del Furbacchione»? La riflessione più immediata andrebbe nella direzione logica di allargare l'offerta rafforzando il messaggio pedagogico: più casette, più acqua, più tecnologia e più informazione. Cosa del resto giustificata anche dall'altro obiettivo ambientale collaterale, di riduzione delle tremende bottiglie di plastica, del loro trasporto avanti e indietro per il mondo su inquinanti TIR e così via. Ma ci sarebbe anche l'opzione di destra e reazionaria: il popolo non si merita evidentemente questa forma di acqua gratuita di lusso, l'esperimento è fallito, leviamogliela per punizione. In fondo lo spettacolo di quelle casette a volte letteralmente assediate dalla cafonaggine più spudorata, giustificherebbe anche qualche reazione così (simile alla obliterazione dello spazio pubblico in quanto «costo insostenibile» per la collettività: restate in casa!). Io nel frattempo mi sono anche accorto che l'acqua con le bollicine mi dilatava lo stomaco e i pantaloni mi tiravano un po' sulla cintura. Torno alle fontanelle pubbliche sperimentate da decenni, e mi prendo una pausa di riflessione: il tema credo la richieda, senza dubbio, e non superficiale.

Su questo blog di Today le prime riflessioni idraulico politiche tre anni fa: Acqua pubblica e Smart City

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