Martedì, 20 Aprile 2021
Città conquistatrice

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

La lottizzazione urbanistico-politica del centrosinistra

Foto Giancarlo De Carlo - Piano Intercomunale Milanese

I giornali italiani hanno dato ampio rilievo alla Lettera Aperta sul tema dei cosiddetti «affitti brevi» inviata da alcune grandi città europee (tra cui spicca ahimè l'assenza delle nostre) all'Unione, i cui organismi sinora paiono sordi alle loro richieste. Scrivono tra l'altro: « Sono evidenti i rischi per l'organizzazione sociale e la vita delle nostre città. Siamo convinti che il ruolo principale delle case sia quello di farci abitare i residenti, e in molte città si vive un grave problema di scarsità di abitazioni. Quando le case vengono sfruttate per il più lucroso mercato dell'affitto ai turisti, scompaiono da quello per l'abitazione, si impennano i prezzi, si rende sempre più difficile trovarne una per chi vive a lavora nella città». In teoria, secondo certi orientamenti giuridici europei al momento prevalenti, le piattaforme di gestione come Airbnb e altri operano semplicemente come un servizio per mettere in contatto più efficiente domanda e offerta di case, e non, come invece sostengono le città firmatarie, configurando di fatto un mercato parallelo alternativo e una nuova funzione urbana distinta, che richiede adeguata regolamentazione urbanistica e socioeconomica. Perché di questo in sostanza si tratta: con l'affitto breve la casa non è più una casa, chi ci abita non è più un cittadino, ciò che si svolge dentro quelle pareti, tra quelle vie e quartieri, non è più «abitare» in senso corrente. E chi deve garantire la migliore abitabilità ai propri cittadini deve poterlo in qualche modo conoscere, governare, programmare.

Ha scritto Gabriele Romagnoli a proposito su Repubblica, che lo sfondo della nostra vita domestica non è più «il vagito del neonato del vicino o la sigla di un notiziario, ma il tramestio delle rotelle di un trolley trascinato sull’asfalto o, peggio, sui sanpietrini», e ovviamente la questione non è acustico-sanitaria, ma sociale e culturale in senso lato: pare che la nostra comunità di riferimento sia sempre meno il conoscibile vicinato, la relazione anche conflittuale ma consuetudinaria, e sempre più invece quella tribù globale sballottata di city users senza volto, senza radici. E ancora non si tratta di un problema di nostalgie o adattamento, ma di convivenza-sopravvivenza, analogo a quello che viene oggi chiamato gentrification, anche se con senso diverso dalla sostituzione strisciante così etichettata dalla sociologia negli anni '60. Con l'affitto breve gestito dalle piattaforme elettroniche globalizzate si trasforma istantaneamente e potenzialmente qualunque spazio urbano, in parte o in tutto, in un albergo senza portineria, custodi, addetti ai servizi, ovvero senza nessuno che si faccia carico del disorientamento fisiologico degli «abitanti», di tutti gli abitanti, sia provvisori che di lungo periodo. Le amministrazioni locali delle grandi città europee vorrebbero poter gestire in qualche misura questo albergo virtuale, innanzitutto conoscendone modalità e confini, attraverso i dati obbligatoriamente forniti dalle piattaforme stesse (che oggi sono piuttosto opache a proposito). E poi una volta stabilito trattarsi di una funzione diversa dalla residenza normale, regolamentarla esattamente come si fa con industria, commercio, servizi, verde, parcheggi, attraverso gli strumenti tecnici di programmazione. Per evitare anche il formarsi di enormi vuoti di senso, parchi tematici urbani che non sono affatto città.

E uno dei motivi per cui mancano dall'elenco le nostre città italiane, invece notoriamente così interessate sia dal turismo che dall'invadenza delle piattaforme elettroniche «gentrificanti», pare essere lo scollamento (anche della cultura progressista) tra un'idea spaziale di città e un'idea sociale coerente. Assistiamo ogni giorno a piccole e grandi trasformazioni cittadine tutte nel segno della cessione magari al miglior offerente di qualche gioiello di famiglia, edificio storico, pezzo di quartiere o semplice superficie, per fare cassa. Magari risorse che vengono poi spese per finalità di tutto rispetto, dalle case economiche, ai servizi per le periferie, alla manutenzione di quartieri troppo a lungo abbandonati a sé stessi. Ma resta una idea di «zonizzazione sociale» che di progressista non ha nulla, una specie di gioco di squadra tra il poliziotto buono e quello cattivo il cui equilibrio si cerca troppo nelle tabelline contabili, e troppo poco su una mappa del territorio, sbagliando clamorosamente, perché spazio e società si intrecciano anche così, non solo nella qualità degli intonaci o delle aiuole. C'è qualcosa di progressista in spazi urbani che anche i residenti sono costretti a frequentare come turisti? In interi distretti orgogliosamente esibiti come luccicante shopping mall all'aperto? Certamente no, perché l'esclusione non è mai progressista, e non lo diventa neppure se frutta risorse economiche da spendere in politiche senza dubbio avanzate e di segno opposto. Guardiamo una cartina delle nostre città e ragioniamo in quei termini. Un tempo si sosteneva (giustamente) che una urbanistica progressista avesse storicamente il compito di «normalizzare la curva dei valori», e dentro quell'obiettivo sociale di massima poi cercare le altre qualità e composizioni spaziali. Se certi nostri politici, oggi troppo propensi a guardare troppo bilanci finanziari e poco le cartine, se ne ricordassero, magari diventerebbero più credibili e simpatici, anche senza martellarci di trionfali post Facebook sui faraonici progetti di qualcun altro.

La Città Conquistatrice – Gentrification 

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