Venerdì, 5 Marzo 2021
Città conquistatrice

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

Pandemia architettonica

Bollate. Foto F.Bottini

«Se non fosse per la straordinaria importanza dell’argomento che propongo, quasi dovrei scusarmi del fatto di presentarlo a questo Convegno, vista la distanza da una prospettiva propriamente architettonica». Così nel 1910 George Lionel Pepler, personalità di spicco nel movimento riformista urbano internazionale per decenni, presenta alla Town Planning Conference lo schema teorico originario di quella che poi ai nostri giorni si chiamerà M25 London Orbital. E viene per l'ennesima volta, rileggendo quel curioso incipit, voglia di capire il perché del «mi scuso della distanza da una prospettiva propriamente architettonica». Non basta certo a spiegarlo il fatto che quella presentazione avvenga sotto l'egida del Royal Institute of British Architects, e che quindi si tratti di una frase di dovuta formale cortesia: siamo di fatto alla fondazione dell'urbanistica moderna nella «versione da architetti» poi considerata del tutto normale sino ai nostri giorni, di cui persone come Pepler comprendono molto bene sia le straordinarie potenzialità che il campo sterminato di saperi e punti di vista da ricondurre a sintesi, o almeno provarci. E quindi se alcune cose sono distanti dalla prospettiva propriamente architettonica, vale certamente la pena di avvicinarle il più possibile, magari evitando il rischio che quella prospettiva le risucchi dentro la logica di un enorme progetto spaziale, che è pur sempre ben altro rispetto a un piano-programma di obiettivi sociali politici ed economici espressi in forme spaziali.

Ma se la grande arteria orbitale londinese avrà in effetti modo di prendere forma diciamo così organica e complessa in qualche generazione, definita una volta per tutte nel Piano Regionale per la ricostruzione post bellica di Patrick Abercrombie, a fare da limite alla fascia metropolitana interna, alla greenbelt agricola, al decentramento della congestione abitativa verso le New Town concepite secondo l'antico schema delle città giardino, non tutto il Town Planning che quel convegno del 1910 voleva far convergere in un grande movimento unitario sfuggirà alla minacciata «prospettiva propriamente architettonica», di diventare progetto spaziale autoreferenziale. Lo si capisce abbastanza presto quando a cavallo della prima guerra mondiale e con esiti vistosi già negli anni '20 buona parte della cultura architettonica inizia a convergere verso il modello totalizzante (e professionalmente assai stimolante) suggerito dai modernisti discendenti diretti delle avanguardie artistiche. Ciò che per esempio nei Tempi Moderni di Charlie Chaplin o nel più cupamente visionario Metropolis di Fritz Lang appare come un mondo totalizzante e totalitario, opprimente e oppresso, diventa per il modernismo architettonico un campo sterminato di progetto in positivo, in cui la potenza dell'industria è strumento di progresso anziché tallone di ferro del potere.

Ma convertire quegli spunti, in realtà piuttosto vaghi soprattutto nelle forme suggerite dall'intuizione artistica comprensiva più che dal rigore scientifico settoriale, in una logica di progetto, farli confluire dentro gli strumenti del tavolo da disegno, significa anche interpretarli in eccesso a proprio uso e consumo. Per esempio rinunciando in tutto o in parte a seguire le evoluzioni e avanzamenti delle varie discipline di cui si dichiara di essere sintesi: così l'architettura-urbanistica propone modelli spaziali certo rivolti a una «società futura», ma non a partire da conoscenze autentiche su quella società futura, bensì costruendosene una su misura. Del resto è il senso della famosa logica riassunta nello slogan Dal Cucchiaio Alla Città in cui bisogni comportamenti aspirazioni individuali, familiari, collettive letteralmente si plasmano dentro contenitori spaziali piccoli e grandi concepiti «su misura» ma indifferenti alla misura sociale autentica e rilevabile. Certo esiste la componente utopica, rivoluzionaria, visionaria (che per esempio finisce per dividere i modernisti dal movimento della città giardino) a fare da carburante e motore, ma sganciarsi dalla realtà per configurare nuovi modelli è sempre un rischio. Un rischio di autoreferenzialità, che rispunta per esempio oggi quando di fronte al pur vago spunto socio-sanitario della pandemia Covid si riscopre un confuso ottocentesco «ritorno alla terra» che parrebbe fare a pugni con tutto, salvo che coi sognanti rendering di villaggi rurali, case nei boschi, orti molto simili a campi da golf. Ed è ancora da capire quanto questa «prospettiva propriamente architettonica» abbia senso anche fuori dal mercato edilizio che da sempre la alimenta.

La Città Conquistatrice – Progettazione architettonica 

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