Venerdì, 18 Giugno 2021
Città conquistatrice

Opinioni

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

Aiuto c'è la Pandemia dei Neoruralisti!

Una giovane ricercatrice di discipline territoriali, Annalisa Rizzo, mi chiede un parere su alcune recenti ricerche e relativa pubblicistica di contorno, dedicate alle prospettive post-Covid. In progress, provo ad allineare brevemente alcune riflessioni sul tema. Dagli architetti, speriamo da una minoranza tra malfedisti e ingenuotti poetici, in fondo c'era da aspettarselo: la gente obbligata dai decreti sanitari a starsene tappata in casa ne scopre un sacco di prima inusitate magagne, e loro con un occhio alla bottega professionale sono già pronti a rivendergli il rimedio miracoloso. E lo fanno col metodo della memoria da pesce rosso (la memoria del cliente non per forza quella del bottegaio) mutuato da certi stilisti di moda, ribaltando completamente tutto ciò che la ditta pure ha predicato sino alla stagione appena finita, prima ci volevano assolutamente tacchi altissimi scollature vertiginose colori pugno in faccia, adesso basta, come se non vi avessimo stipato gli armadi di quella roba, buttate via tutto e rifornitevi di roba sobria da monaci della frugalità. Il che, traslato dall'abbigliamento allo spazio dell'abitare lavorare consumare, si è manifestato come stravagante «risposta alla pandemia»: per mantenere la distanza sociale andate ad abitare in campagna, fatevi la casa più grande col giardino ve la progettiamo noi, magari vicino al villaggio da cui arrivava vostro bisnonno, restaurato e munito di acqua calda corrente e WiFi. Quante ne abbiamo sentite di dichiarazioni del genere? Dove da premesse del tutto ovvie ragionevoli condivisibili (i nostri attuali a dir poco imperfetti spazi abitativi) si passa in blocco a conclusioni del tutto sconclusionate e buone solo a far cassa professionale. Ma appunto quello era abbastanza prevedibile.

Meno ovvio e prevedibile invece il gonfiarsi a dismisura di questo anelito al «ritorno alla terra» tanto simile a quello della fase industriale matura del XIX secolo, quando gli equivalenti dei Tre Uomini in Barca di Jerome iniziavano a sognare un cottage in qualche angolino verde sbirciato durante il fine settimana fuori dalla City fumosa e trafficata. Perché ovviamente è di questo che si tratta: nessuno sta pensando di smettere i panni del lavoratore terziario dei servizi delle professioni, impugnare la zappa e ripercorrere al contrario le orme degli avi, andandosi a seppellire in un traballante cascinale alzandosi di notte a mungere le vacche, spaccare la legna, erpicare i campi con le scalcianti bestie da tiro. E poi naturalmente mantenere la mezza dozzina di figli della famiglia patriarcale su cui si basano certe economie rurali, riorganizzate tempi, dieta, aspettative, istruzione servizi, immaginario, sogni. Gira e rigira, chiunque con proprie variazioni personali anche importanti sta pensando a «suburbanizzarsi» così come si chiama da un paio di secoli quel processo, ovvero non andare in campagna, ma sovrapporre ad essa strutture fisiche, sociali, economiche, urbane, a bassa densità, nelle forme che via via le varie epoche hanno sedimentato a seconda delle tecnologie e conoscenze disponibili, dalle città giardino tranviarie alla Broadacre di massa automobilistica del mastodontico esurbio americano, alle nostre versioni poveristiche delle cosiddette «aree interne».

E invece a quanto pare no. Ci sono fior di studi scientifici sistematici di fatto negazionisti della storia, magari anzi certamente a propria insaputa, studi che iniziano a formare una vera e propria cultura revival del «decentramento pianificato» come si chiamava nel '900. Vorrei citarne qui uno recentissimo di particolare valore e prestigio: «Covid-19 and rural landscape: The case of Italy» proposto da un gruppo di ricercatori fiorentini sulla rivista Landscape Planning, che parte da una singolare e a suo modo affascinante intuizione boccaccesca: così come l'intellettuale fiorentino a suo tempo per sfuggire alla pestilenza urbana si ritira in una villa di campagna ambientandoci poi il Decamerone, allo stesso modo la società urbana attuale potrebbe utilmente ripensare alle potenzialità di quello che viene definito «less energy-intensive landscape», che si sarebbe secondo i dati rivelato assai meno permeabile al contagio da Covid. Per concludere che certo da questo insediamento a bassa intensità «Non tutti trarranno ispirazione come fece Boccaccio col suo eterno capolavoro letterario, ma certamente si potrebbe costruire un rapporto più armonico ed equilibrato con l'ambiente, e contribuire così alle sfide future che attendono la nostra società e l'economia». Ma cosa sarebbe mai il portato concreto di quella spinta verso una minore intensità, se non lo sprawl che puntualmente si è prodotto in quel modo da un paio di secoli a questa parte, con particolare accelerazione dal secondo '900 in poi? Qui purtroppo i discendenti della landscape architecture filoruralista, da Olmsted attraverso il leninista «soviet ed elettrificazione delle campagne», non sanno proprio cosa risponderci, se non con la «necessità di un nuovo paradigma». Cioè: non riusciamo a governare i comportamenti della movida e dello shopping e quindi ci rifugiamo in una cartolina dove non esistono, sostituiti da paesaggi verdi arcadici. Pare una promozione immobiliare.

Riferimenti:

La Città Conquistatrice – Covid-19

Mauro Agnoletti, Simone Manganelli, Francesco Piras, Covid-19 and rural landscape: The case of Italy, Landscape and Urban Planning

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