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Martedì, 7 Dicembre 2021
Città conquistatrice

Opinioni

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

Partecipazione cosa?

Gestire processi partecipativi urbani è diventata da tempo una attività professionale riconosciuta, legittimata, articolata in filoni di ricerca e pratiche varie, coi suoi «ismi» l'un contro l'altro armati. Il che va benissimo così in teoria, ma un po' meno bene quando arriviamo all'uso che di questa conoscenza e pratiche viene fatto dalla pubblica amministrazione, ad esempio nel soppesare e bilanciare il cocktail tra i cosiddetti stakeholders portatori di interessi, o il cittadino semplice in quanto portatore di diritti, oppure i flussi top-down bottom-up, giusto per esagerare in anglicismi travolgenti quanto spesso strumentali a confondere anziché chiarire le questioni. Mi permetto per una volta una lunghissima citazione letterale:

«l’ascolto dei punti di vista di tutti gli stakeholder coinvolti in un processo di trasformazione del territorio e dei cittadini interessati consente di ricostruire una prospettiva plurima della complessità dei problemi, dei bisogni e delle loro inter- relazioni. Prospettiva di cui è utile tenere conto nella fase decisionale, perché arricchisce il progetto e permette di ottenere risultati più convincenti e di maggior qualità, proprio perché più rispondenti alle reali necessità, quindi senza mettere in discussione i ruoli e le modalità già definite dalla normativa vigente

«il riconoscimento e la legittimazione dei conflitti che nascono a partire dai diversi bisogni, interessi e dalle differenti visioni, è un passaggio necessario per poter poi avviare processi di incontro e dialogo, poiché crea le premesse per la costruzione di mediazioni, attraverso la co-responsabilizzazione nella ricerca delle soluzioni

«la trasparenza e la continuità nei processi di comunicazione sono ingredienti fondamentali di una politica realmente partecipata, per garantire dialogo costante tra i soggetti coinvolti e accompagnare percorsi reali che non si risolvano in vuoti giochi di immagine

la codificazione e la condivisione degli obiettivi, dei tempi e dei metodi consente di organizzare i processi partecipati, rendendoli più efficaci ed anche più efficienti in relazione alle rispettive esigenze dei cittadini e dell’Amministrazione» (estratto da: Comune di Milano, Progettare insieme la città – Linee guida per percorsi partecipati, 2011)

Ci sono varie considerazioni possibili tra le altre, a proposito di questo lunghissimo estratto da un documento assai più lungo e articolato, peraltro rimasto dieci anni allo stadio di «desiderata» ovvero mai fatto proprio dalla pubblica amministrazione inserendolo in modo organico nella propria prassi corrente, e quindi mai sperimentandone sul campo l'efficacia. Innanzitutto il linguaggio, forse adeguatissimo per l'interazione scientifica, tecnica e politica tra specialisti multidisciplinari che l'ha prodotto a uso interno, ma potenziale arma di distruzione di massa se lo immaginiamo rivolto ai cittadini comuni a cui dovrebbe parlare, magari anche un po' oltre quei classici «cittadini più uguali degli altri» che animano comitati associazioni correnti e fronde. Il che ci porta di colpo a quella confusione/sovrapposizione possibile tra cittadino e portatore di interessi materiali che si citava sia nella premessa che nel brano tra virgolette: non sarebbe forse più utile separare in modo netto quei due segmenti del diritto democratico, almeno in questa fase? Questione che ci porta a sua volta all'ultimo quesito della brevissima riflessione flash sui temi partecipativi, rinviando a prossimi contributi: da dove discende questa centralità dello stakeholder? In effetti pensandoci un istante potrebbe apparire chiaro.

La partecipazione urbana evocata da questi «percorsi decisionali» è in realtà qualcosa di parecchio circoscritto a ben vedere, e chiamarla pezzettino di democrazia parecchio improprio. Perché la sua pur lunghissima e gloriosa storia sta in fondo tutta dentro quella dell'urbanistica in senso stretto, delle grandi trasformazioni urbane decise dai grandi portatori di interessi con enorme capacità di pressione (e ricatto), a cui più o meno dalla metà del secolo scorso iniziano ad aggiungersi i piccoli interessi, pur sempre strettamente urbanistici, dei cittadini proprietari. Certo la proprietà di cui parliamo non è quella regolata dai rogiti notarili, e pensarla così ci farebbe liquidare come benintenzionati Nimby tutti i movimenti che chiedono partecipazione nelle trasformazioni urbane almeno dai tempi di Jane Jacobs in poi. Esiste una proprietà allargata non molto diversa da quella degli usi civici tradizionali, d'uso e non di scambio per dire, e che riguarda il cittadino abitante lo spazio pubblico/privato in modo consapevole, e che coinvolge al tempo stesso sia i residenti che i city users, per usare un altro termine in voga. Ma questa origine pur allargata di tipo urbanistico condiziona molto proprio il delineare possibili percorsi di partecipazione: quello stakeholder o cittadino portatore di interessi o diritti è inquadrato solo interagente con lo spazio fisico, molto molto meno con quello virtuale e ideale. Funzioneranno mai quei percorsi, per far partecipare democraticamente ma validamente alle decisioni su politiche sanitarie, ambientali, o addirittura soltanto su quelle forme di spazio smaterializzato che oggi chiamiamo Smart City? Sarà utile tornarci presto, su queste uscite dal labirinto assembleare/istituzionale della democrazia urbana.

La Città Conquistatrice – A titolo di esempio di un percorso tutto sostanzialmente top-down e urbanistico fisico, il cosiddetto Rapporto Skeffington britannico sulla partecipazione adottato nei tardi anni '60

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