Città conquistatrice

Città conquistatrice

Partecipazione cosa?

Skeffington Report 1969

Gestire processi partecipativi urbani è diventata da tempo una attività professionale riconosciuta, legittimata, articolata in filoni di ricerca e pratiche varie, coi suoi «ismi» l'un contro l'altro armati. Il che va benissimo così in teoria, ma un po' meno bene quando arriviamo all'uso che di questa conoscenza e pratiche viene fatto dalla pubblica amministrazione, ad esempio nel soppesare e bilanciare il cocktail tra i cosiddetti stakeholders portatori di interessi, o il cittadino semplice in quanto portatore di diritti, oppure i flussi top-down bottom-up, giusto per esagerare in anglicismi travolgenti quanto spesso strumentali a confondere anziché chiarire le questioni. Mi permetto per una volta una lunghissima citazione letterale:

«l’ascolto dei punti di vista di tutti gli stakeholder coinvolti in un processo di trasformazione del territorio e dei cittadini interessati consente di ricostruire una prospettiva plurima della complessità dei problemi, dei bisogni e delle loro inter- relazioni. Prospettiva di cui è utile tenere conto nella fase decisionale, perché arricchisce il progetto e permette di ottenere risultati più convincenti e di maggior qualità, proprio perché più rispondenti alle reali necessità, quindi senza mettere in discussione i ruoli e le modalità già definite dalla normativa vigente

«il riconoscimento e la legittimazione dei conflitti che nascono a partire dai diversi bisogni, interessi e dalle differenti visioni, è un passaggio necessario per poter poi avviare processi di incontro e dialogo, poiché crea le premesse per la costruzione di mediazioni, attraverso la co-responsabilizzazione nella ricerca delle soluzioni

«la trasparenza e la continuità nei processi di comunicazione sono ingredienti fondamentali di una politica realmente partecipata, per garantire dialogo costante tra i soggetti coinvolti e accompagnare percorsi reali che non si risolvano in vuoti giochi di immagine

la codificazione e la condivisione degli obiettivi, dei tempi e dei metodi consente di organizzare i processi partecipati, rendendoli più efficaci ed anche più efficienti in relazione alle rispettive esigenze dei cittadini e dell’Amministrazione» (estratto da: Comune di Milano, Progettare insieme la città – Linee guida per percorsi partecipati, 2011)

Ci sono varie considerazioni possibili tra le altre, a proposito di questo lunghissimo estratto da un documento assai più lungo e articolato, peraltro rimasto dieci anni allo stadio di «desiderata» ovvero mai fatto proprio dalla pubblica amministrazione inserendolo in modo organico nella propria prassi corrente, e quindi mai sperimentandone sul campo l'efficacia. Innanzitutto il linguaggio, forse adeguatissimo per l'interazione scientifica, tecnica e politica tra specialisti multidisciplinari che l'ha prodotto a uso interno, ma potenziale arma di distruzione di massa se lo immaginiamo rivolto ai cittadini comuni a cui dovrebbe parlare, magari anche un po' oltre quei classici «cittadini più uguali degli altri» che animano comitati associazioni correnti e fronde. Il che ci porta di colpo a quella confusione/sovrapposizione possibile tra cittadino e portatore di interessi materiali che si citava sia nella premessa che nel brano tra virgolette: non sarebbe forse più utile separare in modo netto quei due segmenti del diritto democratico, almeno in questa fase? Questione che ci porta a sua volta all'ultimo quesito della brevissima riflessione flash sui temi partecipativi, rinviando a prossimi contributi: da dove discende questa centralità dello stakeholder? In effetti pensandoci un istante potrebbe apparire chiaro.

La partecipazione urbana evocata da questi «percorsi decisionali» è in realtà qualcosa di parecchio circoscritto a ben vedere, e chiamarla pezzettino di democrazia parecchio improprio. Perché la sua pur lunghissima e gloriosa storia sta in fondo tutta dentro quella dell'urbanistica in senso stretto, delle grandi trasformazioni urbane decise dai grandi portatori di interessi con enorme capacità di pressione (e ricatto), a cui più o meno dalla metà del secolo scorso iniziano ad aggiungersi i piccoli interessi, pur sempre strettamente urbanistici, dei cittadini proprietari. Certo la proprietà di cui parliamo non è quella regolata dai rogiti notarili, e pensarla così ci farebbe liquidare come benintenzionati Nimby tutti i movimenti che chiedono partecipazione nelle trasformazioni urbane almeno dai tempi di Jane Jacobs in poi. Esiste una proprietà allargata non molto diversa da quella degli usi civici tradizionali, d'uso e non di scambio per dire, e che riguarda il cittadino abitante lo spazio pubblico/privato in modo consapevole, e che coinvolge al tempo stesso sia i residenti che i city users, per usare un altro termine in voga. Ma questa origine pur allargata di tipo urbanistico condiziona molto proprio il delineare possibili percorsi di partecipazione: quello stakeholder o cittadino portatore di interessi o diritti è inquadrato solo interagente con lo spazio fisico, molto molto meno con quello virtuale e ideale. Funzioneranno mai quei percorsi, per far partecipare democraticamente ma validamente alle decisioni su politiche sanitarie, ambientali, o addirittura soltanto su quelle forme di spazio smaterializzato che oggi chiamiamo Smart City? Sarà utile tornarci presto, su queste uscite dal labirinto assembleare/istituzionale della democrazia urbana.

Devi disattivare ad-block per riprodurre il video.
Play
Replay
Play Replay Pausa
Disattiva audio Disattiva audio Disattiva audio Attiva audio
Indietro di 10 secondi
Avanti di 10 secondi
Spot
Attiva schermo intero Disattiva schermo intero
Skip
Il video non può essere riprodotto: riprova più tardi.
Attendi solo un istante...
Forse potrebbe interessarti...

La Città Conquistatrice – A titolo di esempio di un percorso tutto sostanzialmente top-down e urbanistico fisico, il cosiddetto Rapporto Skeffington britannico sulla partecipazione adottato nei tardi anni '60

Città conquistatrice

" Quando su un motore di ricerca proviamo a inserire l'aggettivo ""urbano"" di solito spuntano il cognome di un cantante country marito di una famosa attrice, o una linea di abbigliamento. Anche quelle cose sono la dimostrazione che, in un modo o nell'altro, la nostra vita ormai si sviluppa dentro a qualcosa chiamato città. Proviamo a raccontarla "

Attendere un istante: stiamo caricando i commenti degli utenti...

Commenti

Torna su
Devi disattivare ad-block per riprodurre il video.
Play
Replay
Play Replay Pausa
Disattiva audio Disattiva audio Disattiva audio Attiva audio
Indietro di 10 secondi
Avanti di 10 secondi
Spot
Attiva schermo intero Disattiva schermo intero
Skip
Il video non può essere riprodotto: riprova più tardi.
Attendi solo un istante...
Forse potrebbe interessarti...
Today è in caricamento