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Giovedì, 26 Gennaio 2023
Città conquistatrice

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

Pedagogia del cantiere

C'è qualcosa di preoccupantemente animalesco e istintivo, ancora, nei metodi della trasformazione urbana, che forse ha a che vedere con la gran moda di scatenare gli «spiriti animali del capitalismo» o forse solo con una allegra imbecillità nel sopravvalutare il ruolo del progetto e del progettista, e sottovalutare invece gerarchicamente il ruolo dei cosiddetti «esecutori». È un sistema sottilmente elitario, antidemocratico, e anche piuttosto stupido, come proverò a dimostrare brevemente. Quando sorge un qualsivoglia problema di spazio, per efficienza, qualità, degrado, giustizia, bellezza, abitabilità eccetera, c'è un procedimento che pare ineluttabile, tutto focalizzato sul prima e il dopo, dove il «durante» occupa una posizione di terza fila, come se si trattasse di un dettaglio del tutto secondario. Il che, appunto, pare davvero animalesco e istintivo: ho un bisogno e lo soddisfo sul posto senza badare troppo ai modi e alle conseguenze, preso dall'impellenza. Se civiltà significa semplificando molto saper stare a tavola, ovvero essere consapevoli che i bisogni che si soddisfano non sono solo quelli soggettivi o dettati dal puro istinto, allora anche le trasformazioni dello spazio, specie se dello spazio pubblico si tratta, dovrebbero essere gestite con la cura di un pranzo di gala, Lenin permettendo naturalmente (lui diceva che «la rivoluzione non è un pranzo di gala» ma rivelava una natura primitiva del progetto sociale, focalizzato appunto sul «dopo» del sol dell'avvenire promesso).

Per esempio, solo negli anni recenti si è affermata la cultura della precarietà e temporaneità come componente strutturale non solo della nostra «società liquida», ma anche dei contenitori dentro cui si sviluppano le relazioni, siano questi la cosiddetta città temporanea e virtuale dei luoghi di transito e flusso, siano soprattutto le funzioni cosiddette «pop-up» che caratterizzano luoghi che sono certamente in attesa di una organizzazione stabile e definitiva, ma di cui si avverte forte l'esigenza di uso provvisorio, anche fortemente caratterizzato e financo strategico. Non sono rari i casi in cui addirittura quella funzione pensata come provvisoria poi si impone addirittura su quella definitiva, o la influenza fortissimamente (un caso notissimo per quanto estremo sono le attività post-agricole spontanee nei vuoti spaziali e socioeconomici delle città ex industriali, che hanno creato una intera cultura del riuso). Il che, tornando un attimo coi piedi posati per terra, ci apre al tema vero di questa breve nota, ovvero i cantieri, e ancor meglio i cantieri di trasformazione dello spazio pubblico: come dovrebbe essere il cantiere ideale? Possiamo rispondere che il cantiere ideale è quello che non pretende affatto di essere tale, ma si configura in tutto e per tutto come attività temporanea, con obiettivi propri anche in parte slegati da quelli dell'assetto definitivo. Una sciocchezza, un'eresia, fantascienza tecnico-organizzativa? Per niente, se guardiamo la faccenda sul versante pratico e degli obiettivi.

Se consideriamo il cantiere come «opera temporanea» che si evolve di continuo in altre «opere temporanee», appare chiarissimo come per ciascuna si debbano avere progetti, strategie, obiettivi propri, diversamente modulati rispetto a quello solito dell'indefinito «dopo» della rimozione di barriere, cavalletti, recinzioni, New Jersey e famigerati parafernali infernali vari. L'obiettivo immediato deve essere, subito e per ciascuno di quei progetti (pare ovvio, se li si considera tali), qualità, sicurezza, abitabilità, piacevolezza, e dato che nessuno è perfetto ci saranno certo dei difetti, ma da trattare come tali, magari da rimediare, non certo da leggere come segno del destino, una specie di «per aspera ad astra» edilizio-stradale. Il che già elimina, almeno concettualmente, tutti i famosi «disagi temporanei» che la discrezionalità assessorile e soprattutto delle imprese e dei loro incaricati ci appioppano regolarmente. Sono inevitabili? Magari no, magari non in quelle dimensioni, e comunque essendo difetti sono rimediabili, per propria natura, e si vedrà in un modo o nell'altro come. Ma c'è poi il ruolo «pedagogico», che è in fondo quello attivo di mutazione degli obiettivi iniziali, citato nel caso estremo delle aree dismesse, ma facilissimo da individuare altrove: vale la pena soffrire a lungo, per rispondere a un bisogno istintivo che magari si spegne via via nel tempo? Di solito no, e se consideriamo il cantiere una realtà in continua evoluzione, dobbiamo renderlo tale facendolo vivo, trasparente, aperto (salvo i famosi difetti, tutti da verificare, del «qui non entrate che stiamo lavorando per voi»). Obiettivo di massima del piano-progetto: educare elasticamente il cittadino a quello che sarà l'assetto definitivo. È chiaro che tutto questo, con l'idea animalesca di cantiere attuale, non ha nulla da spartire, eppure parrebbe davvero una cosa a portata di mano, se cambiassimo testa, se ce la lasciassero cambiare.

Pare automatico rinviare, per tema e continuità di ragionamento, all'articolo della scorsa settimana dedicato in particolare al tema della sicurezza: «Il tempo la vita e la morte delle città»

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