Giovedì, 29 Ottobre 2020
Città conquistatrice

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

Hugh Ferris, The Metropolis of Tomorrow, 1929

Per salvare i posti di lavoro salviamo la città

Striscia insinuante il terrore delle «torri per uffici svuotate dallo smart working». Un terrore che subito attanaglia chi attorno a quelle torri vive servendo cappuccini cornetti pasti veloci nelle pause, qualche riparazione sartoriale e acquisto occasionale di qualità o tecnologia … Si capisce meglio e di colpo tutto il senso di Downtown, quella hit internazionale anni '60 di Petula Clark che (purtroppo doppiata orrendamente in italiano Ciao Ciao a perdere ogni senso) cantava: «Se vuoi vivere la vita vieni qui tra gli uffici del centro, sosta sui marciapiedi tra le insegne al neon, ascolta il rombo del traffico». Certo c'erano e ci sono dei problemi anche gravi da risolvere, ma vuoi mettere come cantava stavolta nella assai più frenetica Crosstown Traffic il chitarrista blues rock Jimi Hendrix: «Amore mio sei come il traffico in centro, difficile da attraversare ma inimitabile e indispensabile». Tutto negato per decenni dagli esegeti della pace familiare suburbana, ma si trattava e ancora si tratta degli stessi che poi dentro a quei centri ci investono, ci si precipitano negli orari di lavoro, contribuiscono mica poco a intasare il traffico e con le loro auto pompano schifezze in atmosfera peggiorando la vita a tutti.

Il loro comportamento, la loro filosofia diciamo così, pare ampiamente accettata da chi oggi di fronte all'accelerazione imposta dalla pandemia per svuotare di senso gli scintillanti simboli del potere finanziario-immobiliare, oggi trema di fronte alla prospettiva di trovarsi di fronte alle ciminiere del terzo millennio. Ovvero di monumenti a un passato morto e sepolto destinati a perdere se non altro il proprio valore d'uso funzionale, e appunto con qualche probabilità anche quello monetario che «tirava l'economia». Parecchi studi sui casi eclatanti delle maggiori metropoli americane, dove quella polarizzazione è cominciata tanti anni fa, indicano in percentuali dal 20% a oltre il 50% il crollo di valore immobiliare medio di contenitori che senza il proprio – simbolico o reale finisce per contar poco – contenuto di lavoratori e visitatori hanno perduto senso. Facendolo perdere automaticamente a tutto l'indotto di senso dei venditori di panini, chioschi di benzina, addirittura negozi di prossimità prossimi alle famiglie dei portinai dei complessi terziari che, uniche, abitavano anagraficamente quei territori. Giustificati pienamente, i timori di crisi verticale, che però avrebbero dovuto manifestarsi per tempo, ovvero quando è sorto all'orizzonte il passaggio tecnologico del telelavoro. Da cui potrebbe salvarci non conservare artificialmente le cose come stanno, ovvero obbligando le imprese a stipare con la forza il lavoro dove non vuole e non può più stare, ma convertendo davvero il telelavoro in Smart Working.

Quelle perdite di valore immobiliare e quello svuotamento di senso sono, a quanto pare, ineludibili, e solo accelerate dall'irrompere della questione sanitaria definitiva. Ma erano state precedute da tanti altri segnali che oggi si potrebbero utilmente seppur in ritardo cogliere. Sommando all'idea di lavoro agile l'altra pensata che oggi si etichetta con lo slogan Città dei 15 Minuti, ovvero una ennesima riedizione del quartiere organico autosufficiente novecentesco, con una marcia in più. Gli stessi studi che calcolano quei crolli di valore finanziario immobiliare, in buona sostanza prevedono anche le forme di una auspicabile ripresa che potrebbe essere accelerata di molto usando le varie forme di Recovery Fund, adottate da stati e amministrazioni metropolitano-urbane locali, per imporre una transizione multifunzionale. Il che significa schematicamente e in sintesi estrema abbandonare la logica stessa che ha sostenuto sinora la Downtown cantata da Petula Clark e attraversata amorosamente quanto faticosamente da Jimi Hendrix, ovvero il fatto di essere costituita da compartimenti stagni, il cui valore si calcolava artificialmente a seconda di una convenzione: qui concentreremo questo, là quello.

La Città dei 15 Minuti dove il lavoro è davvero smart, ovvero non vuole farsi risucchiare tutto da una parte o dall'altra, rende possibili abitazioni servizi e attività economiche «a chilometro zero ma non locali». Il cui rapporto reciproco può essere scelto liberamente dai cittadini ed eventualmente dai loro rappresentanti politici. E il mercato, anche quello immobiliare, dovrebbe adattarsi alla logica della domanda-offerta. Pare una sparata facilona, ma forse è meno banale e ingenua del terrore per le torri vuote. Che, cari miei, erano già virtualmente vuote da tanto tempo senza che ve ne accorgeste.

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Steven Pearlstein – Niente esodo urbano da pandemia ma città più abitabili – The Washington Post La Città Conquistatrice 

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