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Sabato, 21 Maggio 2022
Città conquistatrice

Opinioni

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

Periferie e vertical farm

Da qualche tempo anche le pagine dei giornali di informazione a volte si riempiono di brevi articoli di architettura che occupano intere pagine e al volte anche sezioni centrali dei supplementi. Tutta questa occupazione di spazio si deve alle enormi illustrazioni, di solito smisurate torri con cascate di verde, molto graziose da guardare soprattutto perché, al contrario dei soliti grattacieli a specchio per uffici, comunicano un'impressione di apertura alla città, fanno respirare anziché soffocare. Ma alla fine dell'impressione, a ben vedere si resta al punto di prima, perché quegli articoli ci dicono abbastanza poco, salvo nominare di sfuggita la città sostenibile, e l'immancabile vertical farm. Eh già: cosa sarà mai questa vertical farm, oltre quel che suggeriscono vagamente le parole?

Per agricoltura verticale, si intende ovviamente qualunque forma di coltura che anziché allargarsi su grandi superfici cresce a strati sovrapposti, in pratica sul modello degli antichi giardini pensili in uso nella Mesopotamia. Al concetto base, puramente geometrico, si aggiunge un'altra innovazione introdotta dagli antichi Romani e sviluppata in seguito grazie alla disponibilità di vetro il lastre, ovvero gli ambienti controllati della serra. Poi, tutto il resto è solo miglioramento tecnologico parziale, dalla scelta delle colture, alla concimazione, al tipo di riscaldamento, aerazione, illuminazione, alimentazione senza l'uso di terra (idroponia) e via dicendo). Visto che però i nostri articoli di giornale non ci parlavano tanto di tecnologia produttiva dei peperoni, ma di città sostenibile, forse sarà meglio restare alla questione base della vertical farm, ovvero quanto sia davvero il culmine perfetto di una agricoltura urbana che non solo imita quella rurale migliorandola, ma si introduce nel sistema cittadino migliorando molto pure quello.

E allora la prima domanda che dobbiamo porci è: questa coltura verticale sa imitare e migliorare certe caratteristiche positive dei campi che vorrebbe affiancare e a volte sostituire? Nei campi ci andiamo a passeggiare, volendo, e ci aiutano a respirare, a riprenderci dallo stress indotto dagli ambienti troppo chiusi che ci siamo forzosamente costruiti attorno, sono una specie di forma allargata della piazza o del giardino, e non a caso li frequentiamo proprio così, noi che contadini non siamo. E allora quell'immagine delle torri con le cascate di verde, per non essere falsa, dovrà corrispondere anche materialmente all'idea di spazi aperti, almeno semi-pubblici, più simili a un parco urbano che non a una fabbrica di peperoni verticale dove entrano solo i dipendenti.

La seconda domanda riguardo all'integrazione è economica e di metabolismo metropolitano. In questi giorni ad esempio si discute e si polemizza moltissimo delle cosiddette periferie, le quali sono un sottoprodotto cosiddetta segregazione funzionale. Qualcuno tempo fa pensò, con una certa logica meccanica, che per funzionare meglio le città dovessero specializzarsi per parti: qui la produzione, lì l'amministrazione, lì la residenza, lì il commercio eccetera. Una distinzione che può parzialmente avere senso tecnico, magari nell'attrezzatura di singoli edifici, ma diventa un dramma quando si trasforma (come è successo su tutto l'arco del '900) in enormi quartieri urbani dove si fa una cosa sola, dove stanno un solo genere di persone, e automaticamente certi progettisti sadici pretendono di dare una e una sola risposta a esigenze invece per forza molto articolate. Questi quartieri, umanamente e urbanisticamente, sono una specie di monocoltura agricola, che funziona solo in modo assai artificiale, ha un forte impatto (socio) ambientale, è sempre pronta a esplodere in qualche modo. La vertical farm deve essere, al contrario, simile a un sistema complesso e multifunzionale: ospitare molte attività diverse, per esempio la residenza, i servizi, la trasformazione e distribuzione degli alimenti che produce nelle serre.

La terza e per ora ultima domanda, sempre connessa alle periferie e al loro disagio, è al tempo stesso sociale e urbanistica. Uno dei grandi problemi della riqualificazione urbana a cavallo fra XX e XXI secolo è quello della cosiddetta gentrification: molti amministratori, convinti dagli speculatori, credono che per migliorare certe zone in crisi sia indispensabile iniettarci ad ogni costo ceti a reddito alto, che alzano la media economica e inducono “imitazione” da parte degli altri. Una enorme sciocchezza, ma c'è di peggio, perché le nuove case o uffici vengono realizzati in forma di cittadella chiusa, a volte fisicamente recintata e guardata a vista, le cosiddette gated communities nate nel suburbio e trapiantate dentro alle periferie proletarie degradate. Unico effetto, quello di richiamare altri speculatori che costruiscono altri complessi identici. La vertical farm, se non si integra socialmente e spazialmente coi quartieri, per esempio offrendo posti di lavoro a tutti i livelli (nell'agricoltura urbana, nella trasformazione, nel commercio, nella ricerca), spazi pubblici aggiunti, istruzione e formazione, diventa un altro di questi castelli fortificati, peggio ancora se gestita da qualche multinazionale che ne fa un luogo sperimentale di brevetti, vera e propria astronave aliena anziché luogo di incontro, lavoro, relazioni. Pensiamoci, a queste potenzialità e a questi rischi, tutte le volte che ci mostrano una di quelle torri con le cascate verdi: potrebbero fare un gran bene, o un gran male, a seconda di quel che ci mettiamo dentro.

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