Mercoledì, 4 Agosto 2021
Città conquistatrice

Opinioni

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

La Piazza Cannolo Socialmente Imbottita

Di solito le critiche allo slogan modernista secondo cui ad ciascuno spazio corrisponde una funzione si focalizzano per così dire sui dettagli. Dettagli sia fisico formali (come è definito e organizzato quello spazio) sia sociali (se corrisponde o meno alla funzione per cui sarebbe nato e se questa ha un senso). Il caso che vorrei proporre qui mi pare totalmente diverso e direi anche fortemente innovativo, nello staccarsi nettamente dalla tradizione tutta architettonica di quel genere di progetti. Perché di architettonico non ha proprio nulla di nulla salvo forse la laurea di qualcuno per personaggi coinvolti, ma è un difetto veniale. Vediamo i dettagli a partire dal principio, ovvero dalla pura discontinuità di una lottizzazione industriale nel cristallino segno della «griglia liberale di Manhattan 1811». Per chi avesse perduto le puntate precedenti riassumo: il tipo di città moderna definito all'alba dell'industrializzazione dal costituzionalista Governeur Morris si limita a separare col cosiddetto Piano dei Commissari per New York lo spazio privato da quello pubblico distinguendo i lotti (edificabili o meno) dalle strade, ovvero sovrapponendo in modo assai peculiare la città delle relazioni e quella dei flussi di persone e merci.

Così nasce quello spazio di cui ci occupiamo, formalmente una via ovvero una striscia molto più lunga che larga pavimentata tra un punto A e un punto B, in realtà appunto pura separazione tra un isolato industriale e un altro, imposta forse dalle regole urbanistiche dell'epoca in cui venne tracciata la lottizzazione più che da qualche ragione funzionale. Infatti fino a pochissimi anni fa ospitava una sola singolare funzione, ovvero la sosta abusiva di carovane nomadi nelle strisce che di norma sarebbero state destinate al parcheggio standard, inesistente in assenza di affacci, ingressi, porte, insomma tutto ciò che ci aspetteremmo in una via qualsivoglia. C'era solo quel rettangolo di asfalto lungo qualche centinaio di metri, un muro cieco di qua, un muro cieco di là e in mezzo (tra uno sgombero forzato e l'altro) le roulotte e i camper dei parcheggiatori abusivi, i loro barbecue e tavolini, i cagnetti ringhiosi che convinti di respingere l'invasore del cortile di proprietà venivano ad abbaiare a pochi centimetri dalle caviglie dell'occasionale passante ciclista da A a B. Fino al grande progetto urbano di trasformazione fisica: consistente in due sbarre in A e B a impedire l'ingresso ai veicoli e sancire una volta per tutte che quella non era una via. Cosa fosse, a parte la metafora filosofico-costituzionale di Governeur Morris 1811, restava ancora da capire. Ci prova oggi una innovativa iniziativa municipale, riempiendo di significati e potenzialità quello spazio vuoto.

Dove però fisicamente continuano ad esserci le medesime cose: asfalto per terra, e due muri ciechi sui lati. Dovrebbe cambiare la funzione grazie a un pompaggio di società. Ci sono stati accordi con le proprietà industriali dietro quei muri ciechi per la ripulitura e arredo, murales, giochi, fioriere, insomma delle specie di calamite ad attirare presenza umana dove non dovrebbe arrivarne spontaneamente. E in più c'è la trasformazione in corso del contesto urbano esterno a quegli isolati, dove alle originarie destinazioni industriali se ne sostituiscono altre potenzialmente più attive e produttrici di flussi, dalla residenza al verde ai servizi. In sintesi citando il comunicato ufficiale «Nel nuovo spazio pubblico saranno previste panchine per la sosta, piante in vaso, tavoli da ping pong, una colorazione del suolo e sarà dipinto un murale» e quelle trasformazioni esterne dovranno fornire l'energia e il flusso umano-sociale per imbottire di senso lo spazio. Artificialissimo. Basta così? Pie intenzioni là dove servirebbe ben altra trasformazione (magari attuando su piccola scala la maggiore porosità urbana di cui tanti parlano ma che poco si vede nelle pratiche per basse ragioni monetarie)? Ci vorrà un po' di tempo per capirlo, oltre i nastri delle inaugurazioni e le dichiarazioni di principio sulla stampa: può benissimo darsi che a furia di chiamare «piazza» un posto avvenga davvero la transustanziazione. Un problema di fede.

La Città Conquistatrice – Spazio Pubblico 

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