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Giovedì, 13 Giugno 2024
Città conquistatrice

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

Porosità urbana e città dei cittadini questi sconosciuti

Quando all'inizio di un articolo si legge letteralmente che «È il più grande progetto di social housing fatto in Italia in questo millennio» viene da sorridere. Se non altro perché anche nel campo delimitato delle abitazioni economiche non solo ci restano circa novecentoventi anni di tempo per confermare quel primato, ma un autentico progressista vorrebbe vederlo crollare già domani, visto l'incombere a dir poco sinistro e cronico del problema della casa. Però anche prendendo per buona a prescindere tutta la storia del grande progetto del millennio c'è pur sempre qualcosa che lascia perplessi: è grande perché, per chi, come e quando? Tutti i racconti, specie e direi colpevolmente quelli più divulgativi e propagandistici, di queste immense trasformazioni urbane prima le presentano appunto come risolutive di una ansia sociale e immaginifica secolare, salvo poi infilarsi nel vicolo cieco di dettagli senza alcun rapporto con quella faccenda. Puntualmente la narrazione, come se si trattasse di uno sperimentato format di mercato da proporre così al festante pubblico, funziona: 1) ci siamo è arrivato il momento ecco qui la cura di quel male oscuro che da tempo ci opprimeva tutti; 2) i dettagli degli ingredienti di questa cura sono A, B, C eccetera; 3) basta così cosa volete ancora. Mi perplime assai questo format, non saprei se giornalistico, commerciale, o addirittura istituzionale se è pianificato e deliberato.

Nel caso specifico che ho portato ad esempio in apertura, dopo il piccolo folkloristico svarione millenario posso leggere che ovviamente c'era quel buco nero – da 150.000 metri quadri mica robetta da ridere - inconoscibile impenetrabile lì nella città a fare da tappo al dispiegarsi di diritto della nostra felicità futura, sotto forma di classicissima dismissione funzionale in attesa (da oltre una generazione) di soluzioni. Le quali sarebbero come diffusamente ci viene esposto di seguito insediamento di funzioni culturali, abitative, spazi pubblici, servizi sociali. I dettagli riguardano per esempio la quantità di studenti che studieranno (andando e venendo da varie direzioni) nelle scuole, qualcuno non andando e venendo affatto perché alloggiato in loco, e poi gli alloggi economici in affitto o in vendita (che, ci viene spiegato, superano di gran lunga tutta l'offerta cittadina di case di fascia superiore, siamo equi e sociali noialtri mica bruscolini). Il trionfo delle cifre ha poi il suo campo privilegiato quando si parla di investimenti in denaro, di posti di lavoro creati direttamente o indotti. Conclude trionfalmente la rassegna qualche dovuto cenno ai risparmi di emissioni CO2 da edilizia sostenibile e impiantistica all'avanguardia. Ora certamente il buco nero non è più nero, anzi brilla di luce propria e riflessa, ma resta il fatto che è ancora un buco, una discontinuità tanto quanto prima. E non si capisce se questo succeda nella narrazione, nella realtà, nel metodo, nel merito.

Tutto discende dalla logica dei «recinti urbanistici proprietari» sancita da leggi norme culture e progetti, e a quanto pare accettata senza battere ciglio anche dalla percezione collettiva almeno non specialistica. Esiste una cosa detta con linguaggio un po' metaforico e poetico porosità, o permeabilità, e dovrebbe riguardare i tessuti urbani e la loro fruizione, rendere un po' più pubblico il valore delle architetture oltre la contemplazione e l'occupazione legittima interna. Ma quando l'idea di trasformazione parte concettualmente dall'interno quasi puntualmente diventa discrezionale il rapportarsi o meno alla città (che invece sarebbe fondamentale oltre le chiacchiere), discrezionale il trattare le barriere per quel che sono, ovvero cose da cancellare, discrezionale ricostruire una continuità storica tra ciò che è stato interrotto nello spazio e nel tempo. Là dove per esempio le griglie stradali «regolari e monotone» secondo una certa dizione definiscono però bene l'equilibrio pubblico privato, ciò si pone con meno chiarezza: la trasformazione interna non ha un gran bisogno di riallinearsi a quella esterna, se non magari in quelle qualità a-spaziali e funzionali. Ma questi progettoni di riuso e ripristino calano invece su griglie stradali per nulla definite e qualificanti, e non si sognano neppure se non per formalismo di riprendere a volte quelle suggerite dal contesto. Insomma ci vorrebbe più «porosità» di pensiero, decisioni strategiche, governo pubblico. Se ne avverte un forte bisogno.

La Città Conquistatrice - Riqualificazione Urbana
 

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