Mercoledì, 25 Novembre 2020
Città conquistatrice

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

Post-modernizzazione urbana con fratture

Foto Fabrizio Bottini

Una vera democrazia partecipata richiede che le decisioni su ogni cosa vengano prese in base alle richieste specifiche dei cittadini e alla scala locale della comunità e del piccolo borgo a misura d'uomo. Alzi la mano chi non ritiene che in fondo sia questa la richiesta al limite del banale che sale da ogni parte di fronte a qualunque problema, per esempio oggi di fronte ad ogni crisi sociale o economica o ambientale che sia. Quanti paginoni di giornali, dall'esplosione della crisi sanitaria Covid-19, riportano le pensose riflessioni di certi architetti, quando apparentemente ignari delle proprie sparate di due giorni prima sulla metropoli (dove progettano tuttora alla grande i propri edifici adorni di rendering) cercano un nuovo promettente mercato nelle cosiddette «aree interne abbandonate» su cui puntare occhi e denari di un «nuovo ritorno alla normalità» che ci raccontano negli stessi termini di antichi visionari un po' da fantascienza. Dentro lì, nel borgo felice a misura d'uomo, dove regna un eterno tramonto del villaggio coi contadini che tornano stanchi ma sereni dai campi, si potrà sviluppare l'utopia partecipativa che controlla ogni minima trasformazione perché possa essere «naturale», dove tutto si evolverà maternamente avvolto dal compiacimento collettivo. Un incubo reazionario, oltre che una scemata colossale.

Perché non c'è progresso, in nessuna direzione, senza traumi, senza rotture, senza rinunce a certezze e reazioni spontanee. Le stesse che ci fanno rifiutare qualunque stimolo all'innovazione finche la spinta non diventa troppo forte perché si riesca a resisterle, e magari fa più inutili danni di un processo partecipato sì, ma aperto anziché chiuso a riccio su meschini desiderata personali-familiari. Cos'altro è il famigerato «idiotismo della vita rustica» stigmatizzato sin del XIX secolo come principale ostacolo al progresso dell'umanità, se non l'aggrapparsi alla certezza del solco già tracciato, anziché cercare direzioni più utili e pratiche, magari sudando e arrabbiandosi un po' nel frattempo, ma più o meno certi di uno sbocco positivo alla fine? Proprio i traumatizzati contadini che il capitalismo industriale aveva strappato da quell'idiotismo della vita rustica, scaraventati dentro la metropoli, si erano inventati quel loro villaggio comunità che pian piano era diventato quartiere moderno, quello che la scienza sociale chiama unità di vicinato, e su cui si sono cimentate varie discipline per tutto l'arco del '900. Oggi la medesima spinta materno-reazionaria dei cultori del ritorno al borgo pirla ma felice, prova a cavalcare fin dentro la metropoli stessa quella spinta, chiamandola (in mancanza di termini migliori per cui siamo in attesa di qualche ideologo di mercato) «decentramento». Che non significa certo condivisione del potere, ma solo recintare dentro angusti confini qualche valvassino delle decisioni, dei servizi, delle trasformazioni urbane. Mentre le spinte alla trasformazione agiscono indisturbate e altrettanto traumatiche fuori.

A questo si riduce la cosiddetta «partecipazione dei cittadini» quando si traduce in finto ascolto dei nimby più o meno organizzati, per progettini ridicoli o blocco di altri progetti a scopo simbolico, magari spostandoli altrove ci sia meno resistenza. Del resto è proprio nel momento in cui la Neighborhood Unit assume criteri scientifici socio-spaziali verso il 1925 (con la relazione di Clarence Perry nel Piano Regionale di New York) che entrano in campo questi ideologi, sia nella versione neotecnica che in quella politico-sociale conservatrice. E nascono il quartiere del decentramento amministrativo che nulla ha a che spartire con alcun criterio scientifico, e quindi è modificabile a seconda delle convenienze elettorali senza cura degli abitanti o della democrazia. E poi il quartiere equilibrato degli architetti, dove l'unico criterio di equilibrio si riduce alle forme fisiche e a volte addirittura estetiche, ponendo in secondo piano addirittura il buon senso ed escludendo immotivatamente la radice stessa dell'idea, e cioè le dimensioni fisiche del villaggio ancestrale.

Oggi è tornato un misterioso cocktail politico-urbanistico-sanitario-partecipativo e ideologico che ripesca qui e là senza costrutto apparente pezzi di storia novecentesca della Neighborhood Unit, sia nella versione classica metropolitana che in quella postmoderna del borgo felice dei post-bifolchi decentrati magari su qualche avita collinetta doppi servizi box acqua calda. A chi giova? Sicuramente a chi rimesta in un suo torbido mentale. Meno a chi vorrebbe smettere di sghignazzare ogni volta che legge in un titolo «Ce lo dice la Scienza». La scienza nel caso della dimensione e forma dei quartieri e relativa partecipazione dei cittadini ci direbbe di badare bene ai fatti.

La Città Conquistatrice – Neighborhood Unit

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