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Lunedì, 30 Gennaio 2023
Città conquistatrice

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

Progetti urbani e democrazia

C'è il titolo di un libro di qualche anno fa - scelto da curatore e editore, non dall'autore – che suona «Architettura o Rivoluzione» e pone implicitamente una alternativa secca: o ci fate cambiare tutto attraverso i nostri progetti, o tutto salterà comunque per aria, vi piaccia o meno. Riassume molto bene la cultura prevalente nel lungo periodo di predominio delle cultura avanguardista modernista, e soprattutto della sua sterminata fiducia in sé stessa, del proporsi come la migliore interprete dell'idea di progresso. Una fiducia che arrivava al punto di proporsi con la massima disinvoltura a qualunque regime politico, autoritario o democratico che fosse, ispirato al libero mercato o alla più rigida irreggimentazione degli scambi economici: quelle forme esteriori erano il contenitore ideali di tutto, e a tutto avrebbero infuso il proprio balsamico effetto. Pura illusione, ottica e non solo, ovviamente, come si sono premurati di confermarci decenni di esperienza diretta fra crisi sociale dei centri città, degrado delle periferie, prosciugamento di tanta parte della cultura del design in elitarie sperimentazioni accademiche estetizzanti, e via di questo passo.

Tra le cose che hanno funzionato meno, per esempio, anche una delle migliori intuizioni del movimento modernista, che sviluppava a sua volta idee precedenti: quella che in pratica si «inventava l'urbanistica» modellandola attorno alla propria idea di progetto, e proponendola come coordinamento in quella direzione di vari apporti tecnici, amministrativi e politici. Ma confondere le pere con le patate, il prima col dopo, ciò che è complesso con ciò che è assai più semplice e lineare, non poteva funzionare molto a lungo, e ben presto se ne rivelarono tutti i limiti: non bastava «fare la rivoluzione» sul tavolo da disegno, e poi cacciar dentro a quel modellino apparentemente perfetto tutto il resto. Perché la città si componeva certo di progetti singoli, individuali o di gruppo, ma provare a ridurla a una specie di «grande progetto» pareva da un lato un eccesso di megalomania, dall'altro si scontrava con l'evidenza, secondo cui le idee definite non sempre cooperano fondendosi, ma spessissimo si scontrano. Cosa normale, fisiologica, ma che faceva a cazzotti proprio con quell'idea di progettone-mosaico. Si parlò così per lustri di crisi del piano, di crisi dell'urbanistica, mentre invece la crisi riguardava soprattutto quel concetto piuttosto rigido e improprio che confondeva programmi elastici e aperti, con l'idea di progetto, di rapporto diretto committente-progettista, qualcosa che si deve semplicemente «realizzare».

Oggi però, pare che in un modo o nell'altro, almeno sul versante mediatico sempre in primo piano nella ricerca di consenso, si stia tornando indietro anziché progredire. Per esempio non cercando più l'approvazione dei cittadini per certe trasformazioni della loro vita che si intendono ovviamente introdurre (veri e propri sconvolgimenti a volte, nei tempi e modi di uso dello spazio urbano e sei servizi), ma chiedendo loro di guardare il dito invece della luna. E si traveste persino da partecipazione democratica questo strabismo urbanistico, di fatto vendendo lucciole per lanterne, a volte addirittura in buona fede da parte di politici che davvero non capiscono la posta in gioco, oppure ritengono che come recita quello slogan «There Is No Alternative». È questo il senso di certi programmi elettorali che promettono cose più adatte alla pubblicità di uno studio di architettura che a un'idea politica di sviluppo locale e convivenza urbana. È questo il senso dei due (perché quello proposto oggi sarebbe il secondo sul tema) referendum cittadini milanesi sul ripristino dei Navigli storici in centro. Si dipingono quadretti idilliaci, scorci tradizionali recuperati, vedute paesaggistiche di stile quasi «veneziano», ma non si vuole ammettere che quel massiccio investimento pubblico andrà a sconvolgere la vita di una grandissima quantità di milanesi, cambierà addirittura l'anima della città, appunto «venezianizzandola», o se vogliamo costruendo un artificioso centro dedicato alla movida e al tempo libero dove oggi c'è la città degli affari. Quello non è un progetto di architettura, è un programma politico a suo modo rivoluzionario, e richiederebbe di essere proposto come tale. In fondo siamo in una democrazia e ce lo meritiamo.

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