Sabato, 18 Settembre 2021
Città conquistatrice

Opinioni

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

Quartieri popolari e buon senso

Foto di Fabrizio Bottini

Chi abita in città la considera una cosa del tutto normale: si esce di casa, si cammina, e nel giro di pochi minuti si incrociano case borghesi, più modeste, botteghe, laboratori, edifici pubblici, servizi. Ma perché questa cosa accada, deve trattarsi di un tipo particolare di città, caratteristicamente europea: quella cresciuta per stratificazione storica, diciamo almeno fino all’inizio del ‘900. Perché da quel momento in poi, dove si poteva, si è scelto senza pensarci troppo di separare le funzioni economiche, le classi, i tipi di edifici, in pratica di realizzare vasi non comunicanti. Il motivo era quello dell’efficienza meccanica, quello che ha guidato tantissime altre trasformazioni.

Si poteva risparmiare prezioso denaro pubblico per le infrastrutture, le costruzioni, i servizi, e c’era una garanzia sicura: lì ci sarebbe stato «quel» tipo di quartiere, e mai un altro. Il simbolo più vistoso, anche se non certo unico, di quell’epoca è il quartiere popolare, a volte davvero immenso. Considerato una conquista, progettato autosufficiente, celebrato come fortino operaio nella città del capitale, il quartiere popolare era anche il simbolo della segregazione funzionale. Insieme a grandi zone industriali, arterie-corridoio commerciali, parchi per uffici circondati da siepi, ville e villini borghesi con le strade serpeggianti, a fondo cieco, magari chiuse da una sbarra.

Poi è arrivata, nei paesi civili, una controtendenza, e sono iniziate a crescere le delibere municipali per evitare questa segregazione. Si denunciano come odiosi e miopi quei comuni (famoso anche se non certo unico il caso della circoscrizione dove abita Sarkozy, che da tempo si oppone con successo all’insediamento di una certa quota di case economiche fra quelle dell’alta borghesia). Nelle grandi città americane pur con le enormi difficoltà che ciò comporta, si sta provando a integrare in un colpo solo l’area urbana dei quartieri popolari segregai per classe e razza, con quella suburbana segregata per funzioni e trasporti privati. Il trucco è di agire a scala di regione metropolitana, e far leva sulla fiscalità e la sicurezza.

Nel caso europeo e italiano spesso l’integrazione dovrebbe però essere non solo sociale (cosa in parte già avvenuta spontaneamente in certe periferie grazie al riscatto delle case in affitto) ma anche funzionale, recuperando spazi alle attività economiche e di servizio, e così promuovere mix funzionale, insediamento urbano composito e complesso, mescolanza di attività, classi, magari anche con qualche salutare conflitto, perché la vita non è solo rose e fiori, si sa. Che questi processi non siano semplicissimi, lo dimostra in parte anche la recente vicenda dei profughi rifiutati dagli abitanti di alcuni quartieri perché «svalutano gli immobili»: sciocchezze, naturalmente, anche se cavalcate da certa politica in cerca di consensi facili. Sciocchezze perché se esiste un sicuro metodo di integrazione sociale, è quello della mescolanza nello spazio e nelle attività: se ci sono problemi, basta riconoscerli e governarne la soluzione.

Su La Città Conquistatrice un articolo ricostruisce il processo di Segregazione e Desegregazione dei quartieri

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