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Mercoledì, 30 Novembre 2022
Città conquistatrice

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

Il progetto di reclusione suburbana

«Ormai il mondo della ricerca concorda, come conferma anche la conferenza inaugurale dell'ultimo congresso della Associazione Britannica per il Progresso delle Scienze Sociali, sul fatto che la sola prossimità di altre abitazioni, così come avviene di norma in qualunque quartiere urbano, possa essere di per sé una prolifica fonte di patologie, del corpo così come della mente. Malattie che si manifestano principalmente in debolezza nervosa, irritabilità, irregolarità funzionale generale, e a cui si può dare sollievo, o avviare alla completa guarigione, a meno di sacrificare comodità e vantaggi sociali, spostandosi verso zone a carattere suburbano». Questa perentoria e piuttosto pomposa condanna sommaria della convivenza civile nella città moderna, sta nelle premesse generali e di mercato del Preliminary Report upon the Proposed Suburban Village at Riverside, near Chicago, redatto nel lontano 1866 dallo studio associato di architettura del paesaggio dei signori Frederick Law Olmsted e Charles Vaux. Gli stessi ormai prestigiosi professionisti che esattamente dieci anni prima avevano vinto l'altra paradigmatica sfida, ovvero quella del concorso per trasformare il cuore della metropoli per eccellenza, Manhattan, in un promemoria di arcadia pastorale, biblioteca delle specie arboree tradizionali, e polmone fisico-mentale per l'alienata città moderna. Che interrompeva la griglia regolare e ossessiva delle strade e viali ortogonali, col suo serpeggiare sempre cangiante di prospettive, boschetti, radure, trompe l'oeil, simulacro di campagna idealizzata da un vivaista XXL, quale era stato il loro mentore e maestro venditore di piantine e sementi su catalogo, Andrew Jackson Downing.

Con il quartiere di Riverside, nella Chicago che da pochi anni ha scritto ufficialmente Città Giardino (Urbs in Horto) nel suo stemma ufficiale, di fatto la cultura profondamente antiurbana dei giardinieri nostalgici si fa proposta immobiliare di mercato, orizzonte auspicabile della metropoli futura costruita su misura per la famiglia nucleare. Quegli spazi verdi tra una villa e l'altra, che sono la vera sostanza del progetto urbanistico di landscape architecture, non sono semplici strumenti tecnici per diminuire le densità abitative, o migliorare la condizione sanitaria, o come pensa ancora oggi erroneamente qualche confuso neoruralista «risparmiare suolo». Si tratta di vere e proprie barriere alla socialità urbana, inventate come cura della « debolezza nervosa, irritabilità, irregolarità funzionale generale» che trova sollievo solo nella pace della famiglia tradizionale, evoluzione industriale di quella patriarcale: il capofamiglia maschio breadwinner che, unico, supera quelle barriere per sfidare impavido il mondo, e poi la casalinga perfetta autosegregata e a scendere ancora i cuccioli nei vari stadi di sviluppo. Unici spazi consentiti di socialità, il lavoro, i consumi commerciali e culturali organizzati, la scuola, quel «centro commerciale» che già si sta facendo strada nella testa di bottegai e costruttori sin dalla metà del XIX secolo. Insomma la Matrix dello sprawl alienante novecentesco è già tutta lì, anche a sua insaputa, dentro l'antiurbanesimo dei giardinieri XXL.

Ci proverà il migrante socialista Ebenezer Howard (che abitava a Chicago durante la costruzione di Riverside), una volta tornato nella natia Londra, a domare la belva del controsenso civico suburbano, iniettando massicce dosi di solidarietà operaia dentro quell'idea inevitabilmente reazionaria di spazio naturale costruito. E ci proverà forse più scientificamente e con migliori duraturi risultati il sociologo Clarence Perry, a risalire in qualche modo la corrente fino all'idea di «piccoli Central Park», isole perimetrate di naturalità abitata ma sociale, chiamate Unità di Vicinato, galleggianti dentro il mare dell'utomobilismo trionfante. Ma prima o poi la bestia originaria, lo spirito animale antiurbano, risorgeva, in quell'interpretazione radicale di Frank Lloyd Wright (anche lui di Chicago) con la Broadacre semirurale-autostradale-segregata, e poi con la miriade di copie conformi senza neppure l'eleganza formale del grande architetto: una casetta, un dramma familiare, un buio oltre la siepe, e poi un'altra casetta … all'infinito. Forse smettendola di pensare che «città» significhi automaticamente «costruire», potremmo iniziare a rompere quel malefico incantesimo della Urbs in Horto, che ci portiamo dietro da generazioni peggio dell'alcolismo, e che oggi si alimenta di quanto Zygmunt Bauman chiamava adeguatamente Retrotopia.

La Città Conquistatrice – Suburbanizzazione 

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