rotate-mobile
Mercoledì, 17 Aprile 2024
Città conquistatrice

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

Retrotopia sul territorio: non può funzionare

Tutto iniziò con la «reazione popolare al moderno» in architettura ai tempi della grande espansione urbana del dopoguerra per quartieri coordinati. Le case popolari a fitto contenuto messe a disposizione degli inquilini in graduatoria erano troppo alte, o troppo angolose, gli alloggi giudicati anonimi, impossibile interagire direttamente con la strada o il cortile, e anche l'aspetto esteriore dell'insieme lasciava molto a desiderare. Tutto il periodo a volte anche lungo una intera generazione, della permanenza in quei quartieri moderni, si riduceva all'attesa del momento in cui finalmente ci si sarebbe potuti permettere una casa «costruita come si deve», meglio ancora al borgo di origine, lontano da quelle odiate macchine per abitare o «falansteri» come spesso li si definisce. Le indagini sociologiche sulle preferenze di inquilini e assegnatari indicavano più o meno sempre i medesimi punti di attrito fra gli spazi della modernità e queste nuove famiglie urbane, e puntualmente si trattava delle differenze con la casa avita, poco o mal controbilanciate dalla disponibilità di acqua corrente, riscaldamento e altri servizi certo molto graditi, ma insufficienti a far dimenticare il bel tempo che fu. Gli architetti si misero al lavoro per limare quelle asperità, e via via sia cambiarono le forme di alloggi e caseggiati, imitando in qualche modo nei limiti del possibile un villaggio, ma quanto emerso in realtà era solo un primo sintomo.

Ci è voluto un po' di tempo ma alla fine ci siamo arrivati, alla retrotopia (il termine è quello usato da Zygmunt Bauman nel suo omonimo libro sulla nostalgia di un mondo immaginario del passato) ovviamente per nulla solo architettonica, ma che si estende ad ogni aspetto della vita scontrandosi però con qualcosa di inatteso, almeno dagli appassionati: il progresso sociale che è andato avanti, e guardandosi indietro non vede cose buone. Erano gli stessi sognatori del villaggio natio, ad approfittare dell'acqua corrente, del gabinetto con doccia e della lavatrice, per ritagliarsi nuovi ruoli e possibilità, dal quartiere, al tempo, ai diritti, allo sviluppo personale, prima oggettivamente impossibili. La retrotopia infatti è soprattutto una specie di punto di vista dei dominanti inopinatamente assunto dai dominati: non è l'ex contadino che sogna il suo villaggio natio di fame e sudore e oppressione, ma lo stesso ex contadino indotto a sognare chissà perché lo stesso villaggio come lo vedeva il padrone dalla finestra del castello. Non provava fame, disagio, da lontano non si vedevano lo sporco, i ruoli violentemente imposti del padre (o del patriarca nella famiglia contadina) della madre moglie, dei figli gerarchicamente inquadrati dal primo all'ultimo, futura «spalla su cui appoggiarsi» e poco più. Altro che consapevolezza di genere, libertà di scelta, movimento, espressione culturale e politica. Ma questo chi accetta la prospettiva retrotopica mica lo capisce, e se ne sta lì a sognare, inducendo altri a farlo con pochissime varianti.

Il metodo funziona benissimo per «risolvere i nodi della modernità» in generale, semplicemente negandola, cancellandola dalla storia. La casalinga coatta della famiglia contadina o operaia che oggi giustamente rivendica altre opportunità di vita e di scelta, si dimentica che quel «falansterio» con i suoi rubinetti di acqua calda e fredda, la lavatrice, l'automobile parcheggiata in strada, le porzioni di cibo surgelate, aveva anche la potenzialità di liberarla dall'oppressione del villaggio. Ma il guru conservazionista e inconsapevolmente negazionista (molto in voga oggi) anti automobili, anti «cementificazione» (termine il cui uso da solo ormai qualifica chi lo fa), nell'ansia di delineare scenari paradisiaci, invita invece a guardare con speranza a quel villaggio ideale inventato. Cancella le basi stesse delle normali aspettative senza neppure ben rendersene conto: la città e la società moderna sono certamente pieni di orribili difetti e contraddizioni, ma dire no auto al centro commerciale e sognare di spostarsi solo in bicicletta con la borsa sul manubrio significa per esempio inchiodare una persona al rito del consumo esattamente come facevano i suoi nonni. E farlo senza alcuna consapevolezza, per giunta. La cosa vale naturalmente per infiniti aspetti della vita individuale e collettiva: conservazione e reazione spaziale si sposano perfettamente con quella sociale e politica, e non è un caso che viaggino sempre a braccetto, anche se magari chi le sostiene sventola diverse bandiere. Facciamoci caso, la prossima volta che ci chiedono di schierarci pro o contro il Male Assoluto di pianerottolo.

La Città Conquistatrice – Stili di Vita

Si parla di

Retrotopia sul territorio: non può funzionare

Today è in caricamento