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Giovedì, 2 Dicembre 2021
Città conquistatrice

Opinioni

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

Gentrification: il vantaggio dello scienziato sull'artista

C'era una volta la ricetta miracolosa, che pareva promettere incredibili sviluppi, uscite dal tunnel della disperazione, o scenari win-win come dicono gli appassionati dei neologismi anglofoni. Poi però si scopre che quella ricetta era basata su presupposti errati, oppure parziali, oppure ancora era in sé corretta ed equilibrata, ma è stata applicata in modo sbagliato nei contesti sbagliati. Però esiste una chiara differenza, qui, tra intuitivi e sistematici, ovvero tra chi dice di "buttare il cuore oltre l'ostacolo", e chi invece cerca di percorrere sentieri meglio tracciati. Nel campo delle varie discipline che operano in ambiente urbano, c'è la leggendaria distinzione, piuttosto netta, fra gli architetti progettisti e quasi tutti gli altri ambiti di approccio, dall'economia applicata alla città, alla sociologia urbana nelle sue varie articolazioni, alle diverse branche dell'ingegneria, almeno quando le si intende allargate a qualcosa di più ampio delle pure tecniche applicative. Quando la ricetta è sbagliata, è vistosamente sbagliata, i sistematici a differenza degli intuitivi dimostrano non solo una maggiore propensione ad accorgersi dell'errore, e a cercare eventuali rimedi efficaci (magari senza buttare alle ortiche tutto quanto fatto sino a quel momento), ma anche a non rischiare di perdere la faccia, e continuare ad essere esperti legittimati nel campo specifico. Accade, di recente, con il dibattito sulla cosiddetta "gentrification", i suoi effetti vuoi benefici vuoi nefasti, e le politiche da mettere in campo.

Un protagonista visibile ed emblematico della recente discussione sul tema è senza dubbio Richard Florida, che col suo "Ascesa della Classe Creativa" (2002), aveva individuato nelle nuove professioni e propensioni di consumo emergenti un soggetto di sviluppo urbano locale, in grado di trainare l'evoluzione di quartieri e intere aree metropolitane verso una compiuta forma post-industriale. Ed è in sostanza da lì che si sviluppa poi quella serie di sotto-teorie, e soprattutto pratiche locali, che vedono rivoltata come un calzino la terminologia scientifica originale, quella che chiamava correttamente gentrification un processo di pura sostituzione sociale (con o senza vistose trasformazioni fisiche) in un quartiere complesso, appiattendolo su una sola fascia di reddito, ed espellendo quanto non era compatibile col nuovo modello. Secondo Florida e soprattutto il portato operativo della sua teoria, i giovani «creativi postmoderni» avrebbero invece svolto un ruolo assai diverso per i quartieri e le città, portando stili di vita nuovi, a basso impatto, e contemporaneamente trascinando altri spazi e soggetti verso il rinnovamento e lo sviluppo locale. È accaduto invece, come scrive un critico, che in moltissime città che hanno applicato o subito quel modello, "tutto ha funzionato, ma sin troppo bene, nel senso che tutti questi ceti creativi innovativi tecnologici e via dicendo, hanno rivitalizzato le zone a modo loro, sino al punto che poi si potevano permettere di abitare da quelle parti esclusivamente banchieri o altissimi dirigenti di compagnie". Ma a differenza di quanto accaduto, per esempio, a quelle generazioni di architetti cosi intente ad applicare i principi del movimento moderno da non accorgersi dei suoi disastri urbani e sociali (o facendo finta di non vederli), Florida ha il vantaggio di un approccio più sistematico, scientifico, pronto a ripercorrere ed eventualmente ridiscutere metodo e merito dei risultati.

Così, praticamente subito quando iniziano a manifestarsi alcuni segnali di inadeguatezza della sua "ricetta di rivitalizzazione" così come applicata – bene o male non importa gran che - da tanti sindaci o operatori privati, comincia un graduale ripensamento: il metodo scientifico, in fondo, ha proprio quello di caratteristico, consentire di ripercorrere anche al contrario la riflessione. A cominciare dalla pagine speciale The Atlantic City, sulla omonima rivista, di cui ha assunto la direzione ribatezzandola poi CityLab, e sviluppando riflessioni che andavano ben oltre il solo tema dello sviluppo e della riqualificazione locale. E via via chiarendo, attraverso una lunga serie di interventi personali e scelte di pubblicazione, come il vero punto chiave per la riconversione urbana non potesse essere certo trovato in quel piccolo seppur interessante nucleo di "creativi", neppure nella forma allargata assunta per alcuni studiosi in seguito col mito dei Millennials e dei loro stili di vita. Oggi Richard Florida crede di aver raggiunto una nuova tappa importante del suo percorso di ricerca, e la segna con la pubblicazione di un libro atteso entro dicembre, la cui tesi portante sarà di una "urbanizzazione inclusiva", ovvero a comprendere l'insieme degli abitanti, anziché puntare esclusivamente sulla forza trascinante di una piccola avanguardia, che ha dimostrato di farsi (e pure male) solo i fatti propri. Una inclusione che comprende anche territorio e funzioni, visto che si allarga alle fasce suburbane da riqualificare e densificare, e alle funzioni terziarie e commerciali da articolare e inserire nel contesto. E qui forse un architetto potrebbe replicare: sai che sforzo, noi queste cose le avevamo intuite mezzo secolo fa e passa. Il dibattito ovviamente è aperto.

Sul sito La Città Conquistatrice, i temi sviluppati nella riflessioni di Richard Florida sono affrontati in numerosi articoli

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