Martedì, 26 Gennaio 2021
Città conquistatrice

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

Riduzione del danno terroristico

Ci sono due modi in genere per rispondere in modo meditato e per così dire strategico a un'aggressione: il primo è buttarla sui massimi sistemi, individuando lì il punto in cui colpire al cuore il problema; il secondo, complementare al primo anche più di quanto non sembri a prima vista, è quello di chiudersi a riccio contro eventuali altre aggressioni, aspettando con fede che agisca l'altro fronte di attacco. Come ci hanno anche spiegato valenti esperti di cose politico-militari, anche col terrorismo integralista sguinzagliato nelle nostre città nella imprevedibile quanto micidiale forma del franchising online, o della radicalizzazione individuale fai da te, è andata più o meno così. Spedizioni militari punitive e di contrattacco locale da un lato, e il famoso dispiegamento capillare dei New Jersey dall'altro.

Ma come osservava molto acutamente uno studioso di antiterrorismo internazionale, quelle arcigne massicce barriere da posto di blocco, scaraventate di traverso agli identitari spazi pubblici urbani simbolo della nostra stessa cultura collettiva, di fatto rischiavano di obliterare la nostra capacità di reazione e prevenzione sociale al terrorismo stesso. Una reazione per nulla militare o emergenziale, fatta di piccoli gesti, di relazioni, di inclusione, ovvero di tutto quanto rappresenta «il prolungamento della pace con altri mezzi». E qui entra in campo quella che si è definita riduzione del danno ovvero la considerazione banale secondo cui moltissime azioni di attacco terroristico fai da te nelle città occidentali altro non sono se non una interpretazione perversa dell'invasione di veicoli che consideriamo per altri versi normale. Quindi, come capisce solo in parte chi piazza barriere in cemento armato militarizzando le nostre vie e piazze, riconquistarle alla società vuol dire già di per sé arginare il terrorismo da moltissimi punti di vista, a partire dalla riduzione del rischio, o degli effetti.

Significativo che dopo una serie di eventi praticamente identici in tante città del mondo, finalmente dopo l'ultimo in Australia si discuta molto tecnicamente, praticamente, dettagliatamente, di una «urbanistica della sicurezza» orientata in questo senso. E per nulla militare o emergenziale nelle forme, a partire dalla non-standardizzazione caratteristica invece delle blindature, perché parte dal riconoscimento dell'identità dei luoghi, del fatto che esistano infiniti modi per trasformarli in modo sicuro, e ciò che funziona al meglio in un caso può essere meno efficace o addirittura dannoso in un altro. I veicoli ad esempio in tanti casi non devono neppure essere fermati, esclusi, ma semplicemente «digeriti dalla strada» riducendone la sezione, movimentando percorsi con curve strette e frequenti, pensando a una sicurezza dei pedoni analoga a quella degli spazi condivisi anziché delle aree totalmente pedonalizzate.

Un motivo in più per cominciare un percorso virtuoso di ripensamento delle città e degli spazi pubblici che vada oltre l'emergenza e la provvisorietà, magari verso un futuro in cui altre innovazioni come quelle tecnologiche dei veicoli senza pilota da un lato svuotino ancora di senso le strade-canna di fucile attuali, dall'altro consentano maggiori controlli. Perché per la violenza urbana, di qualunque tipo, il miglior contrasto è più città, non di meno.

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