Lunedì, 25 Ottobre 2021
Città conquistatrice

Opinioni

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

Ruspe e pennelli sulla città

Se un giorno un rappresentante eletto o qualche leader di gruppo o associazione ci invitasse a stendere un nastro di plastica bicolore, o una di quelle reti arancioni da cantiere, attorno a una certa zona intuiremmo anche senza troppe spiegazioni di cosa si tratta, in linea di massima. Per esempio che stiamo perimetrando il campo di azione di qualcuno o qualcosa, magari noi stessi che poi là dentro svilupperemo dell’altro. Costruire ripulire mantenere o rivendicare uno spazio pubblico è forse la ragione più comune per queste perimetrazioni simboliche, e i dettagli delle azioni successive (gli stessi cittadini e/o altri addetti specializzati che entrano in quel campo delimitato) completano la sostanza del processo innestato dal primo gesto, contemporaneamente pratico e simbolico.

Un recente ma consolidato simbolo del genere, di enorme successo mediatico, è sicuramente la ruspa nell’accezione fatta assumere dalla politica più identitaria e conservatrice. Si manda fisicamente o idealmente ad allargare il perimetro del proprio ambito di sicurezza soggettiva là dove altri si erano tracciati confini propri. Il fatto stesso di mandare le ruspe viene considerato riassuntivo di tutto il resto anche se non lo prescinde: non risolve il problema in sé ma pone le condizioni perché ciò avvenga: l'occupante abusivo se ne va privato delle sue strutture e si apre il campo perché altri legittimi occupanti subentrino. Ma complice la politica degli annunci e degli slogan semplicioni ha finito per trionfare una vera e propria «strategia della ruspa» autoreferenziale, dove demolizioni e sgomberi non sono più strumenti ma finalità e progetti conclusi: hanno mandato le ruspe (ho hanno detto che le manderanno) quindi tutto a posto. Fin qui il versante conservatore reazionario. Ma anche quello progressista inciampa nel medesimo abbaglio con la Politica del Pennello.

Accade dai tempi in cui qualcuno decise di importare brandelli del cosiddetto Tactical Urbanism scambiando (soprattutto sul versante delle dichiarazioni e dell'immagine) i mezzi coi fini. L'idea era di indurre trasformazioni urbane leggere e simboliche appunto tattiche per promuovere consapevolezza e comportamenti tali da sostenerne di altre, strategiche e più importanti. L'aspetto più vistoso era la tecnica dello Asphalt Paint dove su progetto artistico di arredo tecnici o volontari tracciavano a terra colori e forme varie, di solito geometriche, a sottolineare la nuova prospettiva di osservazione e utenza di una parte di città. Ma complice anche un certo atteggiamento della stampa si finì (esattamente come con le ruspe) di considerare la Tattica del Pennello come un fine a sé, e si leggevano non solo articoli ma addirittura dichiarazioni politiche istituzionali in cui i nuovi angoli di città non apparivano affatto come fasi di uno processo di trasformazione in corso, segnato appunto dai colori a terra, ma oggetto di una trasformazione consistente nei colori (con tanto di critici che discutevano dottamente di quanto fosse più o meno adeguato mettere cerchi gialli invece di esagoni verdi nella media periferia). Svalutando così alla fine anche strategie davvero organiche di ripensamento della città, della mobilità sostenibile, del verde di quartiere, della sicurezza stradale, che la comunicazione per abitudine e conformismo continua a ridurre a Tattica del Pennello: che come quella della Ruspa si sospetta (magari ingiustamente) di essere cortina fumogena a nascondere assenza di sostanza. E al solito l'invito sarebbe a una migliore comunicazione pubblica: i cittadini non sono tutti così superficiali.

Si parla di
Sullo stesso argomento

Ruspe e pennelli sulla città

Today è in caricamento