Martedì, 27 Ottobre 2020
Città conquistatrice

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

La Scoperta dell'Acqua Calda Urbana

Tempo fa un noto urbanista aveva rivenduto a un suo pubblico-clientela qualificato, di Sindaci del tipo teorizzatore della cosiddetta Città Diffusa veneta, lo slogan Urbs in Horto. Fascinoso motto e concetto di antica origine biblico-teologica (l'Eden a cui tornare inteso come recinto urbano da costruirsi gradualmente e non foresta primigenia dell'innocenza) apposto a suo tempo nei primi decenni del XIX secolo sulle carte intestate della City of Chicago appena costituita amministrativamente dal piccolo villaggio sulle sponde del Lago Michigan. Ma anche arma a doppio taglio se guardato storicamente, quello slogan Urbs in Horto, visto che da lì nasceva rapidamente prima il nomignolo di Garden City, e poi attraverso la nota utopia sociale europea che ne prendeva a prestito il nome rendendolo famosissimo, quell'idea di città giardino da speculatore suburbano ancora imperante in certe promozioni immobiliari piuttosto retro. Ma ovviamente tutto questo il nostro urbanista ai suoi Sindaci-clienti non lo raccontava, almeno nella logica evolutiva, dato che lì bastava il superficiale fascino evocativo della scoperta che non era tale: si poteva realizzare il futuro guardando al passato, e quello in epoca di retrotopia nostalgica basta e avanza a una politica dal fiato corto. Quella trovata dell'urbanista era però consapevolmente tale, ed era sfruttata per rivendere la propria professionalità a un segmento di mercato che l'avrebbe molto apprezzata proprio in quella forma: nobilitare lo sprawl insediativo disperso di capannoni e svincoli tornando alla antica etichetta da cui tortuosamente discende.

Di tutt'altro segno la scoperta dell'acqua calda urbanistica di questi ultimi giorni. Accade che una laureata in chimica impegnata nel movimento degli orti urbani, nella città in cui è immigrata da un piccolissimo centro, scopra l'esistenza di una cosa che da par suo legittimamente ignorava: il quartiere autosufficiente o unità di vicinato, che peraltro in parte discende collaterale nelle forme dalla succitata Urbs in Horto. Lei da profana ci vede in realtà una specie di speculare Orto in Città, la natura che sgretola le odiate mura della «cementificazione» anziché il primigenio Eden-Recinto, ma è proprio convinta di aver scoperto qualcosa di inedito e interessante, al punto da scrivere a un importante quotidiano. Il quale quotidiano evidentemente a corto di altri stimoli più interessanti, attraverso la nota responsabile della Posta decide di dare ampio spazio a quella lettera, con un titolo che inneggia ai «Vecchi Urbanisti». La nostra chimica orticultrice avrebbe scoperto che questi vecchi urbanisti operanti verso la metà del secolo scorso lo sapevano davvero cos'era la mitica misura d'uomo sempre citata mai capita. Ci fa immaginare, lei e la giornalista che ne raccoglie il messaggio, una specie di Geppetto che manipola tavole e relazioni in fondo alla sua bottega odorosa di fogli di lucido e rapidograph, pensando ai veri bisogni della società invece che a quelli di qualche cattivo speculatore come succede oggi (almeno nella mente di chi scrive). Cos'è successo, in realtà?

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È accaduto che gli orti urbani di cui si interessa la nostra giovane chimica hanno trovato spazio nel verde condominiale-di quartiere caratteristico delle cosiddette unità di vicinato, discendenti dai raggruppamenti di baccelli urbani studiati nei villaggi cooperativi del primo '900, e applicati sia nei primi progetti dimostrativi di edilizia pubblica tra le due guerre, sia soprattutto nella ricostruzione. Con l'urbanistica in senso stretto, vecchia o nuova che sia, queste formazioni hanno rapporti certamente, ma abbastanza alla lontana, forse di più con ciò che oggi si chiama partecipazione, autogestione, progettazione sociale. Ma la storia ancora non è finita perché entrano in campo gli urbanisti «veri», quelli accademicamente e/o professionalmente pagati per essere tali, che letta quella rubrica Lettere iniziano a condividerla compulsivi sul social network, come commenti del tipo «Ah come era bravo il mio Maestro! Quanta sensibilità nei nostri amati antenati!». Assumendo in tutto e per tutto toni e senso della ragazza che dichiarava in partenza: non capisco niente di urbanistica, ma … E facendo sospettare che anche loro ne capiscano in realtà pochino. Non è un bel sospetto.

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