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Venerdì, 12 Aprile 2024
Città conquistatrice

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

Urbanistica: la sfida delle città

In qualche caso se ne è parlato, in altri nemmeno un po', salvo le solite polemiche sulla legalità o gli equilibri pubblico-privati. Eppure, a ben guardare, l'idea di città intesa come disposizione materiale di pietre su una superficie di territorio è stata davvero al centro dell'ultima contesa elettorale italiana, e probabilmente lo resterà per un bel pezzo ancora. Del resto, se quel che conta è il contenuto umano, il suo benessere, la sua sicurezza, pare ovvio e banale che alla base di tutto debba esserci la qualità di ciò che lo ripara dalle intemperie e lo mette in condizione di farsi comodamente tutto ciò che preferisce. 

Non a caso quando si è voluto caratterizzare fortemente un orientamento politico-amministrativo, diciamo quello specificare cosa significa oggi quel «destra e sinistra sono concetti da ripensare», lo si è fatto proprio puntando molto ed esplicitamente sulle trasformazioni strategiche urbane del proprio programma: le personalità degli assessori a volte, alcune grandi scelte in altri casi. Ma anche con dei limiti vistosi, che prima di tutto riguardano l'idea stessa di urbanistica. Cosa significa quella parola all'alba del terzo millennio?

Un recente rapporto di Onu-Habitat dedica diversi capitoli proprio al significato del termine «planning» e del suo complementare soggetto principale, il «planner», nell'era della partecipazione, del cambiamento climatico, dei nuovi paradigmi energetico e ambientale. Ma forse anche restando un po' più vicini ai temi specifici del governo locale, e delle nostre città italiane della fase post-moderna attuale, sarebbe certamente il caso di ripensare un po' a quel che intendiamo con tutta una serie di termini correnti da senso piuttosto vago e contraddittorio. 

In campagna elettorale si sono, spessissimo, sovrapposte idee di piano e idee di progetto, ovvero strategie complesse e singoli interventi, ed è sbagliato ragionare così. Un'opera, per quanto utile e positiva in sé, ha pochissimo senso se non è in qualche modo inserita organicamente in qualcosa di più ampio: non si può dichiarare «faremo quel cavalcavia per risolvere il problema del traffico» senza avere le idee chiare e dichiarare espressamente cosa si intende per «problema del traffico». E lo stesso vale poi per il problema della casa se lo accostiamo per esempio a quello del consumo di suolo (fare nuove case, ma dove se si è dichiarato di non voler coprire nemmeno un metro quadrato in più?), o per quello dei trasporti sostenibili se non lo si collega a una trasformazione complessa dei quartieri inserendo attività economiche e servizi magari immediatamente sgraditi agli abitanti.

Il fatto è, che dell'urbanistica si ha ancora un'idea al tempo stesso confusa e antiquata: la si confonde col grande progetto, col classico progettista novecentesco che si slaccia il colletto scarabocchiando un foglio col suo capolavoro; oppure, e questo accade nelle istituzioni per motivi squisitamente politici, la si frammenta in competenze poi abbastanza difficili da ricomporre, prima fra tutte quella tra chi decide su volumetrie e funzioni (l'assessore all'urbanistica “propriamente detta”) e chi elabora le strategie sui flussi (l'assessore alla mobilità), per non parlare di altre deleghe chiave (quella che oggi si chiama smart city, o certi aspetti dello sviluppo economico), determinanti per il livello strategico dei processi di trasformazione, se non proprio per i dettagli settoriali o progetti attuativi. 

La questione, qui, parrebbe politica e democratica, perché le deleghe assessorili vengono conferite sulla base dei risultati elettorali e di una certa dose di discrezionalità del sindaco a elezione diretta. Poi le pur legittime idee di carriera personale degli assessori, o la corrispondenza della delega a uno o più settori tecnici comunali, fanno sì che anziché una strategia spaziale se ne vengano a determinare varie, a volte confliggenti, certamente non convergenti quanto si vorrebbe o si potrebbe se la sintesi non fosse di nuovo affidata alla sola collegialità del governo locale.

Ci vorrebbe davvero quella oggi singolare e utopica figura di urbanista collettivo partecipato così come lo delinea Onu-Habitat, in grado di uscire dalle pastoie novecentesche del grande progetto che contraddice (nei fatti se non nelle intenzioni dichiarate) il piano regolatore burocratico delle regole condivise, o di certe rigidità procedurali che non reggono ad una evoluzione sociale, dei consumi, delle aspettative ormai rapidissima, per rispondere ai bisogni pure continuamente mutanti della cosiddetta società liquida, tanto citata quanto poco usata come riferimento concreto per la discussione politica e la sua traduzione in pratica. 

Forse proprio quell'idea vaga di smart city, oggi confinata alle sperimentazioni tecnologiche o a qualche folkloristico progettino applicativo su trasporti o piccole attività economiche, potrebbe essere il nuovo contenitore in grado di dare indirizzo unitario ed elastico alla nuova domanda di spazi e partecipazione nelle decisioni pubbliche. La questione a questo punto suona: ma la politica è pronta a dar spazio, ad aprire un varco reale a queste innovazioni, che paiono a dir poco urgenti?

Su La Città Conquistatrice alcune definizioni e declinazioni di smart city oltre il giocattolo tecnologico attuale 

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