Mercoledì, 21 Aprile 2021
Città conquistatrice

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

Tattiche e strategie di consenso

Foto Comune di Milano

Raramente mi era successo di essere tanto d’accordo con un testo di cui non condividevo una singola sillaba: dal tono tipico delle famose teorie del complotto permanente, ai temi toccati o sfiorati di tipo conservatore se non decisamente reazionario, insieme alla prospettiva di osservazione tutta interna a interessi individuali senza neppure riconoscere l’esistenza eventuale di un bene comune o di qualcosa di analogo. Eppure alla fine non potevo che sottoscrivere sia il metodo che le conclusioni di quel commento a un comunicato ufficiale del Comune di Milano sulla nuova Piazza Tattica nel trendissimo quartiere denominato NoLo. Raccontava, il comunicato, più o meno in linea con tutti quelli simili che l’avevano preceduto per progetti analoghi, di disegni colorati per terra, arredi, panchine, fioriere, per «restituire una piazza ai cittadini». Anche i commenti in prevalenza positivi o addirittura entusiasti si soffermavano su quanto fossero belli i colori nella città grigia, o sull'opportunità di aggiungere magari ai motivi geometrici linee curve, o cambiare gli accostamenti di tinte. Spiccava quel paio di sconsolati commenti negativi in cui si sosteneva, guardano quel disegno al suolo e confrontandolo con le Piazze Tattiche precedenti: ci state togliendo spazio per la libera circolazione automobilistica senza dircelo, nascondendovi dietro sciocchezze da bambini dell'asilo. E qui non potevo che trovarmi pienamente d'accordo: l'unica «tattica» realmente visibile qui era quella della cortina fumogena.

Forse vale la pena riassumere cosa si intende propriamente per Tactical Urbanism, così come sono state denominate queste pratiche pubbliche, private, spontanee e/o concordate negli Stati Uniti, da cui il Comune di Milano le «importa» con la garanzia di metodo della Bloomberg Foundation e dei suoi esperti consulenti. Lo dice il nome stesso, in parte: tattica è un gesto minore il cui senso autentico si coglie guardando alla cornice generale strategica; la tattica dispiega «strumenti poveri» e contingenti, che preparano il cambio al dispiegarsi di quelli maggiori, o al sedimentarsi nel tempo di altri gesti a comporre la grande trasformazione strategica. Nasce dalle trasformazioni urbane povere e spontanee inventate di sana pianta nei quartieri per migliorare spazi degradati, o riconquistare «terre di nessuno» con tecniche essenziali e creative: un cavalletto, una riga per terra, un'aiuola piantata, l'eliminazione di piccole barriere o ostacoli. In molti casi interviene poi l'ente pubblico con un sostegno diretto, una collaborazione tecnica, e soprattutto l'inserimento dentro programmi più ampi che diano senso e respiro a queste iniziative microscopiche simboliche e circoscritte. Ma la questione oggi, qui, suona: i disegni colorati per terra in quale strategia si inseriscono? Spesso da come vengono presentati pare che l'unica strategia sia di farne altri, dove capita ed è più conveniente, «riconquistando ai cittadini» come recita la narrazione, una fettina della loro città. Eppure ci deve essere dell'altro: come osservava l'automobilista espropriato della sua presunta libertà di circolazione, accesso, sosta, forse si vogliono eliminare le macchine senza dirlo, tagliandogli l'asfalto sotto i piedi?

La risposta, molto probabilmente è si, proprio così: per un secolo abbondante le automobili si sono rosicchiate via via gran parte della città pubblica (oltre che delle finanze private) occupandone di fatto e di diritto porzioni gigantesche che vanno anche ben oltre le esigenze fisiologiche di mobilità. Spazi che erano semplicemente e genericamente di traffico incrocio relazione scambio, accessibili eventualmente anche ai veicoli come a tutti gli altri, hanno finito per diventare vere e proprie appendici tecniche dell'automobile, concepite come tali e da tutti accettate come tali. Secondo la convinzione diffusa e condivisa che il cittadino fisicamente e mentalmente sia inseparabile da quella sua appendice meccanica: andare in un posto vuol dire andarci in auto e con l'auto raggiungere il punto più vicino in assoluto alla meta, pretendendo (salvo la libera concorrenza di altri veicoli, unica condizione accettata) un passaggio pressoché diretto dall'abitacolo al servizio, spazio, ambito dove si intende arrivare. A volte questa concezione è codificata nella forma delle carreggiate, delle piazze, degli standard di legge a sosta, che finiscono per dominare in assoluto il paesaggio urbano. Altre volte è quella «usucapione per convenzione automobilistica» delle seconde e terze file, o delle aiuole convertite informalmente ma stabilmente a parcheggio, degli ingressi scolastici o variamente civici permanentemente lottizzati a piazzole virtuali. Oggi molto probabilmente si vuole iniziare a far piazza pulita di questo deviazionismo culturale, a partire da luoghi molto cari ai cittadini in cui è facile suscitare ripulsa e voglia di rivalsa. Il che va tutto benissimo, avrebbe dovuto succedere prima, ma perché non cercare il consenso collettivo in modo democratico, trasparente, partecipato, così come si fa coi grandi piani urbanistici che pure coinvolgono grandi interessi e conflitti? Qui sta la questione: Piazze Tattiche, ma dov'è la Strategia? Sarebbe nostro diritto poterla sostenere, invece di fingere di entusiasmarci per una fioriera, come bambini che in fondo l'hanno già capito: Babbo Natale non esiste, chissà quando si decideranno a considerarci adulti a sufficienza per dircelo.

La Città Conquistatrice – Partecipazione
 

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