Domenica, 25 Luglio 2021
Città conquistatrice

Opinioni

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

Telenovela: l'Architetto e la Città

Foto di Fabrizio Bottini

A Milano in questi giorni si assiste a un fatto curioso in materia di trasformazioni urbane e dibattito pubblico, in cui paiono brutalmente ribaltarsi i termini tradizionali della questione. Parrebbe infatti che la prospettiva classica da un tanto al quintale, secondo per fare la grande trasformazione ci vuole la grande discussione (calcolando scientificamente il riscaldamento degli animi in metri cubi su metri quadrati) privilegi più il simbolo che la sostanza. Due progetti tra gli ultimissimi approvati dopo procedure di valutazione comparativa occupano quasi contemporaneamente le pagine della cronaca locale: il riuso dei diversi ettari di uno scalo ferroviario in posizione semicentrale che comprende il Villaggio Olimpico un intero nuovo quartiere ricucendo in qualche modo parti di città separate da generazioni; una passerella lunga e larga pochi metri sopra un lato di Piazza del Duomo a collegare due ambienti espositivi del Museo del Novecento. La gran parte delle discussioni in realtà riguarda quest'ultima, e non certo perché nell'altro caso tutti siano d'accordo. Ho una ipotesi di spiegazione non lineare a proposito.

Partiamo dalla descrizione più dettagliata del secondo progetto per aumentarne correttamente sia le dimensioni che le potenzialità di impatto anche sul pubblico. La "passerella" evidentemente non si riduce alla struttura fisica, davvero pochissima cosa in sé, ma coinvolge la città e il suo immaginario in termini piuttosto ampi. L'obiettivo tecnico di "collegare due ambienti espositivi del Museo del Novecento" comporta infatti parecchi interventi materiali e non che andrebbero chiariti: cos'è esattamente quell'ambiente espositivo museale, sino a che punto lo spazio fisico e la sua percezione sono e devono essere continui e sovrapposti, cosa significa contenitore museale rispetto alla città, dal punto vista urbanistico e sociale. Per il primo e più grande progetto forse sono invece più chiari e limpidi scopi e criteri: uno spazio molto grande ma definito e omogeneo (lo scalo ferroviario con la quasi totalità dei binari dismessi), il suo inserimento nel più ampio tessuto del settore di città, le potenzialità di ricucitura e trasformazione generale, il vincolo di poter operare soprattutto in forma virtuale dato che la barriera ferroviaria comunque rimane, per quanto metabolizzata in parte. In pratica, la piccola passerella suscita più polemiche del grande quartiere perché si legge molta più discrezionalità nelle scelte di progetto. Oserei dire nello stesso incarico, di progetto, che suscita solide critiche "politiche" ben diverse da quelle rosicone prevedibili di chi avrebbe semplicemente progettato in modo diverso.

La mia ipotesi interpretativa è in breve: nel caso dello Scalo Ferroviario il punto di partenza è stato una idea di città in buona parte codificata e sedimentata, che orienta già di per sé l'incarico alla professione dell'architetto, al massimo articolandola potenzialmente nei vari ambiti e sfumature, e preventivamente "recintando" la trasformazione (così suggeriscono sia le culture che le norme) dentro i recinti proprietari, salvo coordinamenti soprattutto visuali col contesto. Ci sono una proprietà, degli interessi, il convergere di attori diversi, e la tradizionale capacità degli studi di architettura di costruire una narrazione letteraria-visiva dentro cui tutto si tiene, e che soprattuto ha riscontri tangibili in grado di mettere d'accordo più o meno tutti. Salvo altri architetti con idee diverse, ma si tratta di dissenso molto individuabile rispetto al normale dibattito pubblico.

Nel caso del Museo del Novecento credo invece si sia partiti con un piede sbagliato, individuando troppo presto un ruolo centrale dell'architetto progettista prima di averne circoscritto la natura urbana, non solo contemplativa. In pratica chi si occupa a vario titolo del Museo ha creduto che bastasse decidere "concepiamo uno spazio espositivo unico" per conferire poi l'incarico e lasciare che gli architetti si sbizzarrissero da par loro. Con un risultato, la passerella, che volente o nolente taglia in due l'unitarietà della percezione della Piazza del Duomo, della Galleria, dei due corpi dell'Arengario e Piazza Diaz, così come la si era faticosamente costruita in un secolo e mezzo. Un pasticcio. Attenuato solo dalla constatazione che pare piuttosto semplice rimuoverla, quella indefinita cosa. Ma dopo il conservazionismo restauratore della rimozione ci ritroveremo al punto di prima pre-unificazione, e sarà utile cambiare metodo, anziché solo merito progettuale. Per questo non pare così interessante seguire le polemiche di altri progettisti, che qualsiasi soluzione propongano lo fanno pur sempre dentro il medesimo filone discrezionale, in sostanza anti-urbano e anti-storico.

Riferimenti: una delle tante possibili "proposte alternative" di merito, di Studio Degli Esposti, Gianni Biondillo, Ernesto D'Alfonso e tanti altri, che sposta il passaggio nel sottosuolo ma di fatto "da architetti" non ci spiega perché. Hommage à Giovanni Muzio et Luigi Mattioni, Youtube

Si parla di
Sullo stesso argomento

Telenovela: l'Architetto e la Città

Today è in caricamento