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Lunedì, 23 Maggio 2022
Città conquistatrice

Opinioni

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

Un territorio per il terrorismo

Forse non ci ha fatto caso nessuno, o forse un pochino: sì nelle ricostruzioni giornalistiche degli ultimi giorni trascorsi dal terrorista accusato dell'ultima strage col camion al mercato di Berlino, c'è sempre l'immagine di un uomo che si muove dentro uno spettrale vuoto, riempito e illuminato a sprazzi da piccoli particolari di squallore e degrado. La quintessenza di ciò che in gergo dell'informazione corrente si definisce «periferia», luogo misterioso per antonomasia, dove si muovono figure sfocate e altrettanto misteriose. C'è anche qualcosa di più, in quelle ricostruzioni, ed è l'apparire efficaci proprio quanto più calcano la mano su quegli aspetti del thriller, del resto perfettamente adeguati all'atmosfera di tensione e aspettativa che, magicamente, si risolverà all'apparire della luce abbagliante della giustizia, per quanto un po' sommaria, e dei titoli di coda su sfondo di lampeggianti, catarifrangenti, sirene all'alba, mentre la ripresa si allarga alla città vera che si sta svegliando. Ma che sino a poco prima pareva non esistere, almeno nella rappresentazione di periferia-mondo parallelo messa in campo.

Forse, questa forzatura un po' obbligata dagli eventi e dalla tentazione a calcare la mano coi toni del racconto giallo, potrebbe essere un'occasione per guardarli meglio, certi schemi narrativi che non da oggi contribuiscono in modo determinante a formare la cultura collettiva delle città, e in definitiva l'opinione pubblica e le politiche per quei luoghi. Si può anche prenderla alla lontana, iniziando da quel lungo viaggio attraverso mezza Europa dell'attentatore, viaggio che pare per certi versi ambientato nell'iperspazio di Star Trek, anziché attraverso stazioni, vetture, territori e città. Appunto un vuoto, in cui compaiono le quattro cose personali che ha addosso il protagonista, e le telecamere di sicurezza che raccolgono fotogrammi sparsi dei suoi movimenti, da un non-luogo all'altro. E anche con l'entrata in campo di toponimi noti a tutti, come Torino e poi Milano, il territorio resta saldamente immerso nella nebbia surreale dell'intangibilità minacciosa. Il fatto che ciò avvenga perché, come in certi film western di serie B, all'arrivo del cattivone tutti si devono dileguare dalla strada principale e chiudersi in casa a sbirciare dalle tendine (dalle telecamere o dai racconti dei giornalisti), non cambia la realtà urbana così come viene presentata: il selvaggio e un po' sporco deserto d'asfalto e cemento, magari puzzolente di piscio e scarichi diesel che non guasta, luogo inconoscibile dove tutte le efferatezze sono normali. È la periferia, baby! O banlieu, per usare il termine ancor più fosco in voga oltr'Alpe, non a caso luogo di provenienza del cattivo.

Cattivo che sbarca alla Stazione Centrale un po' dopo mezzanotte, ma il posto non ci appare affatto quello di Totò & Peppino in colbacco, è stato anche lui accorpato alle periferie minacciose stavolta. Il terrorista col suo zaino imbocca la trafficatissima via Vitruvio, arriva in corso Buenos Aires (in quel crocicchio dove c'è anche l'Isola Digitale e alle ore più improbabili veleggia un sacco di gente) facendo virtualmente il deserto da main street western, sempre nel racconto giornalistico. C'è un corridoio solidamente urbano, e anche abbastanza popolato e trafficato da lì sulla direttrice attraverso Piazzale Loreto, Precotto, Marelli, fino al capolinea della metropolitana davanti alla stazione ferroviaria di Sesto. Niente, non si vede, non c'è, solo paura che monta e si taglia col coltello. Se ricorda qualcosa, questa narrazione a effetto, sono certi inseguimenti sulle strade delle città americane, inventati da autori di gialli un tanto al quintale, che le città americane non le conoscono, ma qualcosa devono pur scrivere. E allora vanno da un toponimo all'altro senza uscire dall'abitacolo della vettura, dall'espressione del protagonista, dal finestrino appannato ad hoc. Unico luogo vero e tangibile, diventa così l'asfalto del parcheggio finalmente reso reale dai poliziotti, dal cadavere del terrorista, dai colori istituzionali. Perfetta metafora (ed è qui che volevo portarvi, spero senza troppi fastidi) dell'inconoscibile periferia abitata da fantasmi, dove per mettere ordine devono arrivare i blindati dell'esercito, non altro. E se si continua a considerarla in questo modo davvero singolare, contrastato solo da chi ci abita e replica «no, guardate che non è affatto così», non andremo proprio da nessuna parte, salvo contrapporre un terrorismo all'altro.

Su La Città Conquistatrice dai tempi della «questione banlieu» vista solo dagli architetti, si prova a esaminare un po' meglio il problema 

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