Domenica, 19 Settembre 2021
Città conquistatrice

Opinioni

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

La Torre dei Moro e la prua che fende i flutti immobiliari

Foto Google Earth / Prisma

La decisione di affidare alla fine del XIX secolo a un progettista iconico al limite della leggenda come Daniel H. Burnham un lotto edificabile anomalo di Manhattan di forma triangolare anziché rettangolare (sta all'angolo tra la Quinta Avenue e l'unica trasversale Broadway all'altezza della Ventitreesima Strada) ne enfatizza il ruolo simbolico. Certo Burnham in sé conferisce un marchio inconfondibile a qualunque progetto, dalla White City della Fiera Colombiana, al tardivo completamento del Mall di Washington, al Piano di Chicago che segnerà lo snodo tra l'Ottocento haussmaniano e l'urbanistica moderna novecentesca con infinite diramazioni fino al coinvolgimento diretto dei cittadini comuni. Ma anche al netto del prestigio specifico dell'architetto scelto, a chi sta investendo su quel lotto non sfugge certo l'idea poi concretizzata nel nomignolo dell'edificio e di tutto il quartiere: Flatiron. Ferro da Stiro alla lettera, attrezzo architettonico urbanistico immobiliare che appiattisce le pieghe della metropoli allo sviluppo del mercato, fissandone direzioni, tendenze, modalità. E lo sviluppo in altezza allora raro da «gratta cielo» va anche oltre simbolicamente, facendo del ferro da stiro anche la prua di un rompighiaccio assai più possente, in grado di trascinare altre aspettative, investimenti, forze economiche e sociali nella direzione di sviluppo teoricamente fissata dalla griglia stradale per quasi un secolo, ma che naturalmente stenta un po' a prendere forma definitiva di città compatta quotata al borsino immobiliare.

Ma a chi si occupa degli aspetti prevalentemente finanziari della rendita immobiliare e delle sue manovre di breve e medio periodo evidentemente questi aspetti sfuggono, e il legame tra fisicità del territorio urbanizzato e idea di città (a volte oltre il perverso) conseguente appare così labile da rasentare la volatilità. Spostandoci nel tempo e nello spazio sino ai nostri giorni milanesi lo si è notato con la tragedia dell'incendio alla Torre dei Moro, e certi resoconti a dir poco singolari della stampa nazionale e locale. Singolari nel metodo e presupposti quanto generalizzati, nell'accostare quella architettura esteticamente vistosa a una generica «rinascita del quartiere» o senza ulteriori specifiche, o citando davvero a vanvera la remota e sconnessa Fondazione Prada: forse accostata a quel genere di valori immobiliari in una tabella, certamente del tutto estranea se si passa a una mappa o a una riflessione urbanistica degna di tal nome. Se la più o meno acclamata opera dell'archistar Rem Koolhaas si trova infatti a ridosso dello scalo dismesso e della zona storica del mercato di Porta Romana, ovvero del tutto rivolta verso il nucleo centrale compatto delle città, la Torre dei Moro distrutta dall'incendio fisicamente indicava la crescita (auspicatamente forse altrettanto compatta) verso la fascia agricola del Parco Sud, quello che secondo gli stessi racconti della stampa costituiva il vero valore aggiunto panoramico di quegli appartamenti da molte migliaia di euro al metro.

Molto più prossimi della remota Fondazione Prada, vicino alla Torre dei Moro ci sono i palazzoni tristi e mezzi lasciati a metà del poco compianto Don Salvatore Ligresti. Attivissimo nel decenni in quella zona tra richieste e ottenute varianti urbanistiche e concessioni edilizie che di urbano avevano e ancora hanno il solo cambio di destinazione d'uso e valore nominale di mercato degli immobili. Mentre da ogni altra prospettiva sono esclusivamente conversioni reali o virtuali di campagna a edificato, di ambiente a asfalto e cubature per non importa quale funzione vera o presunta. Tutto il grande comparto dentro cui sta la torre incendiata è definito così, con la via Antonini di circonvallazione esterna (collega al terminal autostradale Maggi-Famagosta) a fungere da Quinta Strada e la bretella di collegamento veloce Virgilio Ferrari che fa da Broadway trasversale. Con l'unica piccola differenza che a ben vedere la prua, il ferro da stiro che spiana le pieghe, si è raddoppiato: verso la Tangenziale e l'ospedalone di Umberto Veronesi pure fortemente sponsorizzato da Ligresti stanno quelle che Giorgio Bocca definiva «Le Nuove Porte di Milano» in forma di torri curtain wall a funzione nominalmente terziaria. All'altra estremità questo piuttosto incongruo edificio residenziale di lusso che in effetti la sua arrotondata prua la punta davvero un po' verso la Fondazione Prada, cugina di valutazioni immobiliari. Quella stessa prua curva che, si è scoperto, era stata concepita in materiali pericolosi e inadeguati, ma di quello la cronaca se ne occupa a quanto pare con una certa cognizione di causa.

Sulla rendita immobiliare a Milano scambiata per «riqualificazione» a prescindere o addirittura idea di città vedi F. Bottini, Milano: Piazza Aulenti o Qatar Shopping Mall?

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