Venerdì, 17 Settembre 2021
Città conquistatrice

Opinioni

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

Nel tunnel del ciclismo urbano

Foto di Fabrizio Bottini

Ha destato interesse in tutto il paese il caso dei cittadini di un quartiere romano impegnati in una particolarissima forma di “flash mob” e autocostruzione di pista ciclabile. Si tratta di un metodo abbastanza diffuso nel mondo, di occupazione più o meno simbolica di spazi urbani a dimostrare come le politiche pubbliche di solito vengano concepite in modo perverso o squilibrato. Gruppi e comitati spontanei si organizzano così, ad esempio, per praticare un gioco di parole fra “parco” e “parcheggio” arredando le piazzole di solito dedicate alla sosta dei veicoli, con fioriere, tavolini, sedie. In altri casi la trasformazione è di tipo più naturalistico e a suo modo provocatorio, perché attraverso il cosiddetto “guerrilla gardening” si intende simbolicamente sabotare la radice artificiale della metropoli industriale, e il suo orientamento prevalentemente produttivo di ricchezza, rivendicando un ruolo centrale dei cittadini e del loro benessere sopra le finalità economiche.

Ma il caso romano forse va oltre la rivendicazione e il simbolico, perché sottolinea una questione assolutamente centrale e quotidiana: la pura subordinazione culturale delle nostre pubbliche amministrazioni alla centralità automobilistica, e alla costruzione di spazi anche inconsapevolmente pensati per il veicolo privato a motore. Quante volte abbiamo letto sui giornali di grandiosi progetti per reti dedicate di piste ciclabili, che guarda caso si arenano per mancanza di fondi? E quante volte leggiamo, dopo i numerosi gravissimi incidenti urbani che coinvolgono auto e ciclisti, che esiste un progetto proprio per quell'incrocio o tratto, ma che si sta aspettando il finanziamento, o l'autorizzazione? Ecco, il solo fatto di tracciare in pochi minuti una corsia sulla carreggiata, e farlo in un punto pericolosissimo come un tunnel ferroviario, fa capire quanto poco ci vorrebbe, in teoria, per risolvere tanti problemi di rischio, e senza spendere affatto soldi. Basterebbe ragionare in termini diversi, magari adeguando qualche norma, e soprattutto pensando in termini meno schiacciati sull'assurdo criterio di “efficienza del traffico” che subiamo da decenni. Ci guadagnerebbe la sicurezza, ci guadagnerebbe la qualità dei nostri quartieri non più segregati dalle arterie di comunicazione, e probabilmente ci guadagnerebbe anche l'immagine elettorale dei politici che sanno attuare piccole grandi innovazioni del genere.

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