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La chioccia assassina scende in caccia al tramonto

Foto di F.Bottini

Chi si sposta abitualmente a piedi o in bicicletta, in questi brevi mesi grigi e scuri non può fare a meno di notarlo, quel cambiamento visibile quando cala la sera, più presto del solito per via della stagione. La chioccia assassina caccia al tramonto, e proprio questa coincidenza rende il fenomeno (di fatto presente su tutto l'arco dell'anno) particolarmente vistoso. Sono i genitori, in genere mamme ma anche nonni e parentado vario, che escono in auto a prelevare i pupi sul cancello della scuola all'ora di uscita. 

Spietati, nella loro focalizzazione protettiva assoluta, incuranti o quasi di tutto quanto li circonda, salvo considerarlo una potenziale minaccia da cui tutelare il cucciolo, usano quell'auto come se fosse un veicolo corazzato in un ambiente ostile, una capsula spaziale di salvataggio nel vuoto siderale della città, un prolungamento provvisorio del caldo accogliente soggiorno di casa, a cui tornare appena possibile sani e salvi. 

I comportamenti indotti da questa inconsapevole prospettiva, esasperata dal buio e dal traffico mediamente più intricato, sono noti: chi è in ritardo non bada più di tanto al codice della strada, specie nei pressi dell'agognato cancelletto, e le soste in seconda e terza fila sono la norma anziché l'eccezione; in tutto il quartiere, a cerchi concentrici, si allarga poi l'effetto di quei comportamenti aggressivi-protettivi, e ne risulta un ambiente di relativo rischio, anche per gli stessi bambini che si vorrebbero tutelare. Ma qui non ci interessa affatto parlare del solito, evanescente e indefinito «senso civico», che manca o latita.

Quello che interessa, qui, è sottolineare come l'uso dell'automobile da un lato venga considerato del tutto normale, spontaneo, indispensabile, da praticare ad ogni costo, e dall'altro come le cose piuttosto assurde (ma innegabilmente diffusissime) accennate sopra siano, soprattutto, un sintomo chiaro di patologia sociale, nonché dei suoi masochistici effetti. Si è in ansia per la sicurezza del pupo rispetto all'ambiente urbano, funestato dal traffico, dall'inquinamento, dagli incidenti stradali, e si contribuisce in modo determinante a peggiorarlo sensibilmente, quell'ambiente, aggiungendo il proprio veicolo, i propri scarichi, le proprie brusche e azzardate svolte vietate perché si è in ritardo … 

Un vero catalogo di orrori da novecentesco automobilismo di massa. E poi, quanti nuclei familiari hanno di fatto investito una fetta non indifferente del proprio reddito per l'acquisto di un veicolo che, a conti fatti, serve soprattutto per quella forma di pendolarismo (ma già che c'è poi svolge anche altre funzioni secondarie)? Forse non è un caso, se tra le formule di abbonamento delle auto in condivisione, là dove è stato attivato questo servizio di trasporto urbano, figura il profilo del «nonno welfare», ovvero: non starti a comprare o tenere un'auto, e magari un carissimo box, giusto perché devi andare ogni giorno a prendere Pippo a scuola e portarlo in piscina, ci pensiamo noi per pochi soldi, almeno rispetto a quanto ti costa quel catafalco di lamiera in proprietà.

E in termini ancora più ampi, provare a riflettere su questi riflessi condizionati, che ci condizionano così tanto l'esistenza da inconsapevoli chiocce assassine, tutti ripiegati sul nostro particulare senza accorgerci che qualcosa di importante non funziona proprio. Quasi sempre, quella scelta dell'auto (salvo eccezioni che confermano la regola) non è affatto una scelta, ma una coercizione autoimposta, da stili di vita molto conformisti e poco ragionati, al limite della moda effimera, che però effimera non è, dato che dura da due o tre generazioni almeno. 

Si compra un'automobile perché «è indispensabile alla vita», e a volte un pochino è proprio così, per via di certi vincoli, distanza, servizi che non ci sono ma di cui vogliamo poter fruire. Anche senza risalire ai veri motivi, per cui «è indispensabile» a fare quelle cose (ad esempio dove ci siamo cacciati ad abitare e perché), va detto che poi il veicolo si finisce per usarlo sempre, dato che sta lì, dato che ci costruiamo attorno una serie di tic e vizi rinunciabili. Se si legge ad esempio uno dei capitoli centrali de «L'Impero Irresistibile» di Victoria De Grazia, si scopre quanto l'idea attuale della spesa grossa settimanale, quella per cui risulta indispensabile un vano baule, e poi un grosso frigorifero e via dicendo, altro non sia che un consapevole progetto di consumismo indotto, pilotato, mediaticamente promosso. E, che piaccia o meno, fa pensare: ma, invece di lamentarmi di come stanno le cose, che posso fare, io? Una bella domanda.

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" Quando su un motore di ricerca proviamo a inserire l'aggettivo ""urbano"" di solito spuntano il cognome di un cantante country marito di una famosa attrice, o una linea di abbigliamento. Anche quelle cose sono la dimostrazione che, in un modo o nell'altro, la nostra vita ormai si sviluppa dentro a qualcosa chiamato città. Proviamo a raccontarla "

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