Mercoledì, 24 Febbraio 2021
Città conquistatrice

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

Venezia e la tecnologia come specchietto per le allodole

Immagine Venezia di Lorenza Perini

L'esempio forse meno vistoso ma più diffuso e recente è quello della cosiddetta smart city, dove ideologicamente il primo termine finisce per mangiarsi in un boccone il secondo. Ovvero l'aggettivo «smart» non si applica affatto alla città in quanto tale ma ad una sua infinitesima frazione totalmente isolata dal contesto, per esempio attraverso una app che rende semplice trovare il parcheggio libero più vicino, grazie a sensori in rete interattiva. La dimensione urbana smart, derivante secondo la narrazione in voga dalla pura somma aritmetica di tutte queste furbate puntuali, appare per quello che è: una pura cieca fiducia nelle possibilità pervasive dell'innovazione tecnologica. Molto cieca perché non guarda neppure ai presupposti, là dove sin dal principio, prima ancora di decidere le priorità, a nessuno importava molto di capire cosa fosse, questa city, a che idea di città si mirava per rendere tutto più smart. E spostiamoci adesso sia geograficamente che tecnologicamente nel contesto della Laguna Veneta e di Venezia, dove l'elettronica delle app si modifica non moltissimo nella elettromeccanica delle barriere mobili denominate MoSE: Modulo Sperimentale Elettromeccanico come recita l'acronimo ufficiale. Che sin dal suo primo apparire sconta una identica vaghezza riguardo alla città che sarebbe destinato a «salvare». E questo indipendentemente dal suo funzionare tecnico o meno, indipendentemente dalla pure denunciata obsolescenza indotta dal cambiamento climatico, indipendentemente dalle accuse di corruzione e via dicendo.

Un ottimo esempio di questa colpevole vaghezza ce lo fornisce una cronaca collaterale di questi giorni, dall'isola di Pellestrina dove a causa dell'acqua alta è morta una persona. Raccontano gli abitanti come la situazione di emergenza estrema sia stata determinata dal fatto che Pellestrina è una delle barriere naturali tra il mare aperto e la Laguna: gli ingegneri del MoSE hanno inteso nel loro progetto e realizzazione l'isola come «prolungamento naturale delle barriere artificiali». E indipendentemente dai dettagli tecnici e dalle effettive colpe per i gravi allagamenti, appare lampante almeno una cosa: l'abitabilità di Pellestrina è un aspetto dei tutto secondario in quel «progetto tecnico di salvaguardia dalle maree» così smart. Ci sono quattromila abitanti, la loro storia, le loro relazioni reciproche, col resto della Laguna e oltre, le attività economiche come la mitilicoltura o piscicoltura che allargano il campo ambientale, ma niente, quella striscia di sabbia resta nella logica del progetto solo una barriera fissa, prolungamento di quella mobile. Da rafforzare di muri più o meno alti, con opere di trasformazione specifiche (dannose o meno in caso di inondazione non importa in fondo qui saperlo), ma per salvare cosa? Per salvare quale città? E torniamo alla questione iniziale sulle soluzioni magari molto smart, ma a problemi per nulla individuati, o per nulla davvero rilevanti.

Quel che vale per il caso specifico accennato, sicuramente potrebbe emergere per una infinità di altri, dalle esigenze degli abitanti, a quelle di alcuni ambiti ambientali, al tipo di fruizione dello spazio cittadino e lagunare per le varie attività. Che città immaginano gli ingegneri del MoSE (e i politiche che reggono la corda da tempo immemorabile a una idea di salvaguardia così focalizzata)? Probabilmente nessuna in particolare, perennemente immersi in quella confusa fede nella Divina Provvidenza o Mano Invisibile tecnologico-economica da cui è nato tutto. Una specie di scintilla brillante in grado di innescare processi, il progetto tecnologico, ma senza avere affatto chiari gli obiettivi poi non si è neppure in grado di valutare quei processi. Per esempio di capire se, e in quale misura, le distorsioni indotte dalla corruzione e dai ritardi dell'opera eterna, sono sintomo grave oppure piccola malattia passeggera. Se non si conoscono nemmeno in linea di massima gli obiettivi e ci si muove alla cieca, non si capisce neppure se ci si sta avvicinando o no, a una meta, a una tappa intermedia, a qualcosa insomma. Ma quando c'è una fede cieca (nella tecnica? nella politica fine a sé stessa? nel vantaggio personale che poi transustanzierà in collettivo?) tutto passa in secondo piano. Anche il fatto, a quanto sembra del tutto irrilevante, di aver accoppiato agli investimenti sulle barriere all'ingresso di acqua in Laguna, scavo e mantenimento di enormi canali fatti apposta per portarne di più di acqua, e farci galleggiare sopra le Grandi Navi. Per quale idea di città e territorio? Mistero, ce lo dirà solo il destino. Almeno così sembrano pensare i grandi decisori. Evidentemente inadeguati.

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