Giovedì, 22 Aprile 2021
Città conquistatrice

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

Verde volontariato beni comuni

Da un paio di settimane ogni giorno passo un paio d'ore o più ammucchiando spazzatura circondato da grossi roditori. E no: non lo faccio per masochismo o perché voglio cercare l'ispirazione per scrivere un sequel de «Il Pozzo e il Pendolo» di Edgar Allan Poe. Riassumendo per sommi capi: approfitto in qualche modo dei vincoli alla mobilità della Zona Rossa Covid per fare attività motoria molto vicino a casa, alternando le manutenzioni complementari allo spazio condominiale a quelle in un certo punto del quartiere che mi pare ne abbia parecchio bisogno, un po' più di altri. Si tratta di una striscia di strada a fondo cieco, concepita originariamente per collegare una via di servizio in zona industriale all'arteria principale, che poi però i progetti successivi dello svincolo hanno reso del tutto impraticabile a quello scopo.

Resta però uno degli accessi principali per la mobilità pedonale e ciclabile tra quartieri e di accesso a vari servizi, ben dotata di verde e alberature su entrambi i lati. Però la stessa natura di strada vera e propria con una barriera in fondo, che scorre tra spazi sia pubblici che privati dismessi, ne ha fatto un luogo classico di degrado, al punto da scoraggiare addirittura il transito di chi spontaneamente la considererebbe il passaggio ideale. Ispira diffidenza e un pizzico di ribrezzo, come quando alcuni anni fa la carogna di un animale vittima di incidente stradale è restata là in mezzo mesi e mesi a mummificarsi senza che nessuno passasse a rimuoverla.

Quindi piccole discariche abusive quando nessuno passa e vede (ovvero quasi sempre), sopra cui nelle stagioni iniziano a crescere vigorosi cespugli, sedimentarsi generazioni di rami secchi spezzati dal vento, mescolati a sacchetti di plastica, macerie, nuove ricrescite. Quello è l'aspetto del «verde» salvo per le strisce dove passa la manutenzione stradale burocratica corrente garantita dalle ditte appaltatrice degli sfalci stagionali (e che spesso nella fascia trascurata aggiungono anziché levare rifiuti). Quello è il posto descritto nelle prime battute, dove un bel giorno ho deciso per caso di cominciare a fare ordine «da passante occasionale»: prima spezzando un ramo che mi impediva di proseguire comodo in bicicletta, poi tornando con qualche attrezzo per sistemare il varco, poi scoprendo che dietro quei rami tagliati c'era dell'altro … e così via. Piccole sedute di lavoro, dove al giardinaggio vero e proprio si mescola una buona parte di smaltimento o almeno riduzione dei rifiuti, osservato guardingo dalla ricca colonia di nutrie che si è insediata nel tempo grazie all'invisibile corso d'acqua dietro le sterpaglie e alla disponibilità di erbetta fresca altrettanto impercettibile a noi umani.

E noto che man mano procedeva la mia piccola operazione «e l'ordine torna sovrano» aumentava il traffico di pedoni e ciclisti, alcuni curiosi che si guardavano intorno, altri addirittura a chiedersi come mai il posto non l'avessero mai notato pur abitando lì accanto da una vita. Mi chiedo però se non sia tutto questo mio lavoro sul territorio troppo analogo a certe riappropriazioni localiste, dove al puro spirito di volontariato si accompagna in eccesso l'idea di bene comunitario in senso ristretto e identitario. Quel medesimo spirito che poi fa insorgere nel modo sbagliato contro altri utenti «intrusi»: non tanto perché degradano quel luogo, quanto perché non appartengono al gruppo di utenti giusti e certificati. Mi rispondo da solo che probabilmente no, non mi pare di esprimere quel genere di riappropriazione: una volta finito di pulire e levarmi le spine dalle dita, di portare avanti e indietro grossi sacchi di vetro, plastica, pietre e legno, verso luoghi dove sarà più facile smaltirli correttamente, probabilmente me ne andrò in un altro posto, solo sperando che non arrivi immediatamente qualche sporcaccione sbadato incosciente. Sarà una forma di partecipazione anche quella? Mah!

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