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Venerdì, 23 Febbraio 2024
Città conquistatrice

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

Verde Vero e Verde Finto

Robert Moses, lo zar dei lavori pubblici di New York imperversante sulla metropoli per quasi mezzo secolo, non è una figura molto nota in Italia. Si paragonava al Prefetto di Parigi Haussmann nella capacità economica organizzativa e politica di decidere enormi trasformazioni, senza calcolare che le risorse sia monetarie che tecnologiche a sua disposizione erano infinitamente superiori, e da maneggiare con molta più cautela. Quando faceva solcare l'intera città da autostrade «tagliando con la mannaia» (frase sua) i quartieri abitati e trasformandoli in una versione XXL di vicolo puzzolente buio e pericoloso, solo perché bisognava far scorrere libero l'enorme flusso automobilistico portatore di ricchezza. O quando, magari per soddisfare i medesimi bisogni di consumo e tempo libero di chi era arrivato in macchina fin lì, si vagheggiava di trasformare il Central Park da polmone verde cittadino a contenitore di campi da gioco, attrezzature per lo sport, impianti per lo spettacolo e reti di accessibilità alle medesime strutture. Ovvero di convertire urbanisticamente parlando quei 340 ettari acquisiti alla città nel XIX secolo, e laboriosamente progettati (e mantenuti) a parco, da verde a «verde attrezzato». E siccome le parole sono importanti vale sicuramente la pena di specificare meglio la differenza sostanziale tra le due dizioni.

Da ex compilatore di Glossari Urbanistici Multilingue credo di cogliere abbastanza bene l'immensa discrezionalità delle definizioni, ma anche il loro valore di metodo. Faccio allora qui riferimento a un qualsiasi documento di piano urbanistico comunale dove si definiscono le Aree di Verde Attrezzato quelle «nelle quali possono essere installate: infrastrutture per attività ludico-ricreative legate al tempo libero; allestimenti per spettacoli all'aperto e manifestazioni; infrastrutture per animali domestici; percorsi pedonali e ciclabili. Ii requisiti dimensionali e qualitativi degli interventi sono stabiliti dall'Amministrazione Comunale». Da cui credo appaia chiarissima almeno una cosa: il ruolo comunque marginale e di sfondo del «verde» inteso come natura e ambiente da queste aree. Che appare ancora più evidente quando quel verde attrezzato, come accade spessissimo, si mescola spazialmente al distinto e urbanisticamente qualificato «verde vero», cioè i parchi comunali o metropolitani dentro cui vengono ritagliati campi da calcio, tennis, basket, piscine, piste di atletica, minigolf, strutture di ristorazione, ballo, e naturalmente tutti gli edifici di qualunque genere destinati a ricoprire e organizzare quei servizi. Il verde attrezzato è verde tanto quanto lo possono essere pavimenti, tetti, scale, e via dicendo.

Non posso non pensare a questa davvero ideologica ambiguità e totale discrezionalità, leggendo su una rivista di architettura e design del progetto di allargamento del cosiddetto Parco Natura poco lontano da casa mia, di cui quasi per forza seguo la lenta progressiva evoluzione da diversi anni. Da piccola appendice verde attorno a un complesso scolastico, piuttosto perentoriamente occupata da apparentemente indispensabili arredi, giochi, chioschi, percorsi soprattutto assai poco «naturali», alla laboriosa dismissione della grande ex cava di materiali edilizi, via via riconvertita a verde pubblico man mano cadevano le barriere di sicurezza e si garantiva qualche accessibilità al laghetto dragato nei decenni e alle sue sponde. Trattandosi di una rivista di architettura e design pare ovvio che l'attenzione del testo delle illustrazioni e delle didascalie si debba focalizzare su edifici, forme organizzative, materiali, estetica, anziché su acqua, terra, piante. Ma nell'insieme basta un colpo d'occhio per capire che ci risiamo, dentro quell'ideologia del «verde attrezzato» di nome e/o di fatto. Molto somigliante ai campi da golf con cui da decenni il costruttore internazionale Donald Trump prova ad aggirare i vincoli ambientali e paesaggistici alle sue lottizzazioni di lusso: si progettano grandi ville disposte in modo da definire qualche griffato percorso di buche che ci sta in mezzo, ed ecco che la solida cementizia lottizzazione cambia nome e sostanza. Ma perché farlo identico quando si «Allarga il Parco Natura» ad una cava dismessa faticosamente recuperata? Ci si trova a disagio troppo lontani da mattoni e cemento?

Vedi: Lucia Brandoli, The New Lido of Milan in the Old Quarry of Segrate, Domus 26 aprile 2023

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