Domenica, 26 Settembre 2021
Città conquistatrice

Opinioni

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

Non di solo basilico, vive l'uomo

Diecimila anni fa, quei simpatici mezzi scimmioni dei nostri avi probabilmente non stavano gran che a pianificare, anche per via della poca disponibilità di tavole, relazioni, tabelle, convegni, letteratura scientifica. Sapere e fare erano la stessa cosa, più o meno, così come decidere e agire, senza troppe storie: una cosa funziona? Ottimo, la stiamo già facendo. Deve essere andata più o meno così anche la cosiddetta invenzione dell'agricoltura e degli insediamenti stabili, quando qualcuno al tempo stesso si fermò a guardare le piantine che crescevano e poi a mangiarle, iniziando a mettersi un po' più comodo, e poi a curare meglio sia le piantine che il posto lì davanti dove s'era seduto. Erano nate l'agricoltura e la città, sulla base di un riscontro assolutamente pratico e immediato: c'era da mangiare, c'era da ripararsi, bastava badare un pochino a non rovinare tutto. Il resto è storia, su cui forse qui non c'è spazio a sufficienza per soffermarsi, ma una cosa bisogna ribadirla, ed è l'equivalenza del sapere e del fare, la constatazione che dà da mangiare, ergo quella è agricoltura, niente di meno. Tutto il resto discende da lì, sono dettagli, specifiche, varianti, ma se leviamo quella sovrapposizione tra il termine e la pappatoria assicurata, crollano l'agricoltura, la città, tutti i diecimila anni di generazioni che seguono.

E arriviamo ai nostri giorni e alla dilagante moda dell'agricoltura urbana, segnatamente quella ad alta tecnologia e produttività, quella che da diversi anni fa sognare gli studi di architettura di tutto il mondo, gli fa sfornare innumerevoli, infinite varianti del già leggendario Bosco Verticale di Milano, dove invece della sola verzura a scopi estetici o di regolazione del microclima, fanno la parte del leone colture produttive, anzi addirittura super-produttive. Nelle prime riflessioni teoriche dello studioso agronomo Dickson Despommier sulla vertical farm, lo schema appariva tutto sommato abbastanza semplice: sovrapporre anziché affiancare le superfici coltivate, utilizzare metodi di sfruttamento dell'acqua, delle sementi, della fertilizzazione meno basilari di quelli delle colture tradizionali in campo, consentiva di moltiplicare di molte volte la resa per unità di superficie, e a parità di prodotto consentiva di liberare dal carico agricolo ampie distese, recuperando biodiversità e resilienza perdute, ed evitando una probabile catastrofe. Quello che ci dicono oggi, però, gli articoli e le note tecniche dei tanti siti e pubblicazioni sul tema, è in primo luogo che i risparmi dell'agricoltura verticale ad alta tecnologia non sono solo di spazio, riguardano l'energia, l'acqua, i chilometri percorsi in relazione a produzione trasformazione distribuzione consumo, e quindi carburanti e altre superfici, stavolta infrastrutturali. Non è finita, perché la moltiplicazione di cui parlava Despommier pare essere non di molte, ma moltissime, volte: una unità di superficie in vertical farm può produrre già oggi cento, duecento volte, l'equivalente in campo. Ma poi, purtroppo, tutti incuriositi proseguiamo a leggerli, quei saggi e note tecniche.

Da cui puntuale, alla fin fine, salta sempre fuori la medesima solfa: a differenza dell'agricoltura sovrapposta alla pappatoria, dei nostri avi e inventori-scopritori della trovata, l'alta tecnologia verticale e tutto il resto da pappare produce poco o niente. Mirabolanti strutture organizzative integrate, automazione e computerizzazione da sogno, luoghi che assomigliano più all'interno di un'astronave che a un orto o a una serra, e produzioni centuplicate di basilico, timo, tenere foglioline di lattuga, fragole di bosco da posare elegantemente in cima al dolce di panna che viene servito a fine pasto in un ristorante trendy, magari col tavolo da pranzo piazzato giusto di fronte all'aiuola tecnologica dove le fragole crescono. Kimbal Musk, fratello minore del più famoso fondatore della Tesla, ma anche lui col pallino degli affari, si è lanciato da tempo nel settore alimentare e della ristorazione, con diramazioni nel campo della formazione scolastica di settore e della ricerca scientifica e tecnologica collegata, ma stringi stringi anche nel suo ampio caso salta fuori, quella storia fatta di erbe aromatiche, tenere foglioline, rinunciabili accessori alimentari per un «pasto» che arriva da altre fonti, per nulla tecnologiche, verticali, urbane. E consapevoli che non di solo basilico vive l'uomo, forse sarebbe il caso di cominciare a chiedercelo seriamente, se tutto questo straparlare di post-rivoluzione agricola non stia prendendo strade «di mercato» completamente sballate, che tradiscono sia la serissima e scientifica premessa ambientale e alimentare di Despommier, sia l'irrinunciabile base dei nostri avi: se non ti dà da mangiare, cosa diavolo te ne fai?

Su La Città Conquistatrice ampiamente sviluppato il tema della Vertical Farm 

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