Mercoledì, 27 Ottobre 2021
Città conquistatrice

Opinioni

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

Animali: diritto di voto e segregazione psichiatrica

La notizia da cui prendo spunto in realtà non è affatto una notizia visto che cose del genere le leggiamo ogni giorno da tanto tempo: gente che dà da mangiare qualcosa agli animali ed esperti che chiedono di non farlo. Stavolta il caso è quello delle «volpi a bordo strada» in grande aumento nel Parco Nazionale d'Abruzzo al punto da essere diventate addirittura stanziali: abitano lì praticamente, «Animali selvatici confidenti e condizionati dal cibo di natura antropica oltre che dai comportamenti sbagliati delle persone e, per questo, condannati alla morte» nelle parole dell'Ente, e si tratta di un comportamento trasmesso alla prole e quindi lentamente in marcia per diventare naturale e stabile. Animali che conducono «una vita non degna d'esser definita "selvatica" e, come spesso accade, al centro del problema c'è l'essere umano». Si tenta ogni sforzo sia per informare e invitare i visitatori ad evitare ogni comportamento che incoraggi ulteriormente le volpi, sia attivamente a distogliere ed eventualmente sanzionare chi trasgredisce le regole insistendo. Senza negare certo sia il problema oggettivo che la coerenza con cui viene affrontato dal parco, vorrei però qui proporre qualche considerazione generale a partire da un dato di fatto: quello che sta succedendo alle volpi non è nulla di diverso da quanto accaduto «naturalmente» migliaia e migliaia di anni fa a certi loro antenati poi evolutisi nei simpatici quadrupedi pelosi che rimpinziamo ogni giorno di crocchette senza nessun Ente Parco a scoraggiarci o dissuaderci.

E ci sarebbe anche una ragione in più per insistere col cibo alle volpi bordo strada, ed è la natura soprattutto simbolica di quello scambio di bocconcini. Gli animaletti certamente aspettano che gli porgiamo o lanciamo quel pasto gratuito senza doverselo faticosamente guadagnare con un inseguimento (o cinque o sei inseguimenti di cui uno solo andato a buon fine) perché esso contiene un valore simbolico di riconoscimento reciproco. L'osso bruciacchiato che i cacciatori attorno al fuoco lanciano al lupo o sciacallo acquattato ai margini della radura vuol dire anche relazione non strettamente utilitaria, scambio, riconoscimento: ci siamo reciprocamente invasi il territorio ma possiamo conviverci o almeno provarci. E migliaia di anni di storia ci dicono senza ombra di dubbio (con tanti se e ma sicuramente) che è possibile, probabilmente giusto e ineluttabile. La «volpe a bordo strada» non esisterebbe se non ci fosse la strada, opera di urbanizzazione primigenia di ciò che in gergo spazialista chiamiamo «Urban Encroachment» e sta a significare la fusione di un habitat dentro l'altro, o più esplicitamente la sovrapposizione dell'umano programmato al naturale spontaneo, dell'artificiale-industriale al biologico. Come pure è sempre avvenuto cambiando il destino di intere specie viventi e spesso creandone di nuove parecchio diverse dalle antenate.

Lo scambio di cibo starebbe in fondo a significare simbolicamente quello: io non salto addosso a te più di quanto non abbia già fatto invadendoti il territorio, e tu non salti addosso a me combinando vari guai che vedremo di gestire altrimenti di buon accordo, tutto da elaborare. E i naturalisti responsabili del parco oasi naturale gelosamente protetta come tale nel mare dell'urbanizzato ostile? Beh: dal nostro punto di vista sono un po' come degli psichiatri pre-basagliani asserragliati dentro il loro manicomio con le sue regole «scientifico-sanitarie» basate sulla segregazione della diversità non accettata che considerano non integrabile. Ovviamente diversa da cosa come e perché lo stabilisce la loro scienza e tecnica sullo stato dell'arte nel momento in cui il manicomio è stato istituito e asserragliato, sviluppandosi poi su quel nucleo essenziale filosofico. Paradossale ovviamente, perché un parco naturale affonda le radici in ben altra complessità e obiettivi di memoria, tutela, equilibrio, ma il paragone sta soprattutto in quel nostro e reciproco rapporto con la natura così come è, e non come «dovrebbe essere» ma almeno lì non è mai stata. Lo scambio simbolico di cibo, che magari potremmo da parte nostra certamente iniziare a gestire meglio sia in termini alimentari che in quelli di socializzazione, è l'inizio di un percorso evolutivo che sarebbe meglio governare anziché troncare sulla base di una eterna manichea contrapposizione tra il buono della natura e il cattivo della città umana, come hanno studiato all'università gli esperti di «scienze naturali».

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