Venerdì, 16 Aprile 2021
Città conquistatrice

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

Oltre lo zoning urbano-sociale

Qualche giorno fa nelle discussioni sulla necessità/utilità o meno del cosiddetto Daspo Urbano è spuntato un singolare post, firmato ufficialmente dal profilo di una sigla politica rappresentata nelle istituzioni, che riportava in copertina l'immagine in bianco e nero di un gruppetto di belle ed eleganti signore sedute. Con ogni probabilità (a giudicare dalla qualità dell'immagine, della posa, degli abiti) si trattava di una foto posata vintage, magari a illustrare un prodotto o un esercizio commerciale, ma nel nostro caso veniva spacciata semplicemente come improbabile «gruppo di donne sedute sulla porta di casa». E a illustrare un testo dalla tesi ancora più stiracchiata: è ancora lecito socializzare così nelle nostre città, oppure mal intese regole di decoro impediscono di ritrovarsi spontaneamente in gruppetti a chiacchierare, «magari con un bicchiere», anche se non lo si fa in un bar? Perché come si capiva molto rapidamente, l'autore del poco singolare testo a tesi si stava riferendo a quelli che spesso vengono definiti da qualcuno «bivacchi», e classificati spesso come fonte di degrado e premessa di comportamenti antisociali più estremi, dai rifiuti sparpagliati, alle molestie, ai rumori, addirittura a scippi e violenze. E anche evitando la classica confusione strumentale tra la percezione di disagio e la vera e propria insicurezza (che sono il campo di discussione tra favorevoli e contrari al Daspo, per dirne una) emerge una questione più generale che riguarda le forme di convivenza: esistono delle regole di riferimento oppure no? Posto che il «senso comune» appartiene a una comunità a quanto pare inesistente, a cosa guardiamo?

La risposta conservatrice della destra appare qui chiarissima: NOI abbiamo dei valori che riteniamo irrinunciabili, inclusi quelli consuetudinari, e chi non li rispetta va emarginato ed espulso. Questo in sostanza fa da base a tutta la logica delle chiusure, dei muri, della segregazione, dei cosiddetti respingimenti. Ma l'approccio diverso detto dell'accoglienza pare orientato semplicemente a produrre un risultato analogo, forzature ideologiche assurde a parte: a quale modello di integrazione si guarda, indicativamente? La storia recente, delle migrazioni-urbanizzazioni su varia scala regionale, nazionale, globale, ce ne propone due, uno liberale-economico (a volte detto all'anglosassone), un altro più governato, conflittuale, culturale (a volte detto alla francese). Nel primo caso in sostanza si ritiene che tutto possa trovare qualche sintesi, provvisoria o definitiva, nei processi della produzione, del lavoro, dello scambio, e per fare un esempio non banale «di sinistra» ci si può riferire alle culture della centralità della fabbrica come luogo di integrazione e formazione di una società futura. Nel secondo caso si riconosce invece che il fatto economico non riesce affatto a metabolizzare riferimenti culturali, etnici, religiosi, comunitari, familiari, troppo profondi ed evidentemente pre-economici, producendo segregazione del tutto analoga a quella del respingimento, e si auspica un forte impegno pubblico (per esempio attraverso la scuola) per imporre un quadro dato generale e comune. Il fatto è che nel nostro dibattito nazionale recente, pressato da un «problema migratorio» vuoi reale vuoi mediatico, di questa alternativa tra modelli di integrazione non si è mai e poi mai parlato.
Anzi in realtà no, diciamo pure che si è adottato senza rendersene conto un «modello anglosassone virtuale».

In cui ciascuno in sostanza fa quel che gli pare purché partecipi della vita economica … la quale vita economica però non sembra affatto partecipativa, ma a sua volta segregata per segmenti, di produzione, consumo, redditi, immaginari. E non aiuta neppure forzare ideologicamente le cose immaginandosi situazioni inesistenti, come la confusione tra bivacchi di sfaccendati ubriaconi sul marciapiede ed eleganti signore in poltroncina citata all'inizio: quando la verifica pratica restituisce la solita confusione tra disagio e insicurezza, il processo di segregazione è già cominciato. Si creano spontaneamente aree differenziate sul territorio, e il mercato (anche quello della politica) si adegua, esattamente come avvenuto con tutti i ghetti della storia a partire da quello volontario di Venezia che ha dato il nome agli altri. Se non ci poniamo prima la questione della differenza e subito dopo quella dell'integrazione governata e partecipata (anche in qualche misura forzandola, questa partecipazione) non ne usciremo mai. O meglio, non usciremo mai dalla segregazione di uno zoning urbano, etnico, sociale, foriero solo di disastri ed estremismo politico. E allora, da dove si parte? Non saprei dirlo, così su due piedi, ma di sicuro non dalla negazione del problema.

La Città Conquistatrice - Segregazione 

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