Giovedì, 25 Febbraio 2021
Nazionalismi&co

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A cura di Andrea Carteny

Sovranismo vs minoranze? Per Orbán assolutamente no, anzi…

In tema di minoranze nazionali l’estate dell’Europa orientale riporta tradizionalmente un Summer camp in Romania,a Baile Tusnad (in ungherese Tusnádfürdö),in cui viene affrontato questo tema: si tratta della minoranza ungherese di Romania, in Transilvania, dove un’organizzazione politica dei giovani ungheresi (il Consiglio della gioventù ungherese di Romania, Magyar Ifiúsági Tanács in ungherese, in romeno Consiliul Tineretului Maghiar din România) insieme con la Fondazione ungherese “Pro Minoritate”, organizzano nell’ultima settimana di luglio una sei-giorni di conferenze, attività culturali e ludiche, concerti. Al termine di questa kermesse, l’ultimo giorno si tiene sempre il discorso di leader transilvani e ungheresi: dunque il 29 luglio Viktor Orbán è intervenuto anche quest’anno sul palco della 29° edizione di “Tusványos” al fianco di László Tökés (lo storico leader transilvano che diede inizio alla rivoluzione contro Ceausescu nel dicembre 1989) e del già sottosegretario agli esteri Zsolt Németh.

L’intervento del capo del governo ungherese, naturalmente, si è prospettato come un intervento programmatico per l’Ungheria e l’Europa, soprattutto in vista delle prossime elezioni europee previste per la prossima primavera: la piattaforma sovranista (anti-migranti) e identitaria (“democrazia cristiana”) è stata ben delineata dallo speech del leader ungherese, che ha però anche affrontato la questione delle minoranze e delle identità minoritarie. Uno dei punti iniziali del discorso, quindi, è stato quello della doppia cittadinanza, cioè del raggiungimento del milionesimo passaporto ungherese riconosciuto a ungheresi – per origini e lingua – oltrefrontiera: dei quasi 3 milioni di ungarofoni fuori dalle frontiere dell’Ungheria e nel bacino dei Carpazi, oltre la metà sono in Romania (in Transilvania e nelle regioni limitrofe appartenenti fino alla prima guerra mondiale all’Austria-Ungheria). È la nuova costituzione ungherese, approvata nell’aprile del 2011 dalla schiacciante maggioranza fedele a Orbán e al suo partito Fidesz, infatti, che assicura la nazionalità ungherese anche per i magiari al di fuori della madrepatria, con un’azione politica che va oltre la sovranità nazionale. In tale contesto oltre la metà del milione di nuovi passaporti proviene da questa territorio: la doppia cittadinanza si rivela così uno strumento capace di dare in qualche modo una risposta al sentimento identitario di appartenenza nazionale, che va oltre le frontiere e la sfera territoriale della sovranità di uno Stato.

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Un altro punto importante dell’analisi orbaniana è la ricostituzione in una rete infrastrutturale e di sviluppo economico per li bacino carpatico: le comunità minoritarie costituiscono in questo prospetto i protagonisti della necessaria crescita economica, da interconnettere attraverso autostrade e corridoi di energia. L’Ungheria, al centro del bacino dei Carpazi, gioca un ruolo naturale di interconnessione, anche in senso linguistico e culturale, direttamente e attraverso associazioni e fondazioni: è così che un milione di asili e scuole materne di lingua ungherese verranno inaugurate in tutto il bacino dei Carpazi.

Subito dopo questo punto, Orbán affronta la vexata quaestio del centenario della “grande Romania”, celebrato nel 2018 a 100 anni dalla vittoria nella prima guerra mondiale. “Noi comprendiamo che per loro sia ragione di festeggiamento, ma chiediamo loro di comprendere che dal nostro punto di vista non ci sia nulla da festeggiare” e “di far fronte al fatto che in cento anni di la Romania moderna è stata incapace di affrontare la realtà che qui vive un milione e mezzo di ungheresi” sottolinea il leader ungherese. Poi, facendo riferimento proprio alla “terra dei Secleri” – cioè la regione intorno a Tusnad, dove il blocco etnico ungarofono si esprime con una forte e specifica coscienza comunitaria, territoriale e simbolica, come nel caso delle bandiere azzurre con banda dorata riportanti al proprio interno i simboli del sole e della luna –Orbán confuta il “dogma” dei partiti romeni, per i quali è inutile discutere di autonomia territoriale della “terra dei secleri” in quanto “non esiste”: “Concordo con lo slogan dell’Unione democratica ungherese di Romania”, dice evocando la posizione dell’UMDR (o RMDSz, secondo la sigla in ungherese), l’organizzazione-partito etnico degli ungheresi di Romania, “che dichiara il fatto che la Transilvania esisteva prima che la Romania moderna venisse creata… vedendovi e conoscendo la gente di qui, vi posso in confidenza dire che la terra dei secleri esisterà anche quando l’intera Europa sarà ormai sottomessa all’Islam: di questo possiamo starne certi”.

Ecco dunque come il sovranismo identitario si ritrova dalla parte delle minoranze nazionali: diventa il cardine di quella “democrazia cristiana”, fondata sulla civiltà del Cristianesimo, che nella visione orbaniana è agli antipodi della “democrazia liberale” e multiculturale. Le minoranze ungheresi, come la comunità seclera, diventano simboli anti-migranti: la difesa dell’identità locale emerge come la trincea per difendere la cultura dell’Europa centrale contro l’islamizzazione, evocata come conseguenza inevitabile del multiculturalismo liberale. 
 

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