Martedì, 1 Dicembre 2020
Sesso e dintorni, il dottore risponde

Sesso e dintorni, il dottore risponde

A cura di Dottor Andrea Militello

Combattere la disfunzione erettile con le onde d'urto a bassa intensità

Immagine di repertorio

La disfunzione erettile colpisce circa 20% della popolazione maschile ed è una patologia molto invalidante sia per il soggetto che ne è affetto ma anche per la serenità e l’equilibrio della coppia .

 Una svolta nelle terapie è avvenuta nel lontano 1998 quando venne introdotto in commercio il famosissimo Viagra, a base di Sildenafil, una molecola inizialmente ideata per il trattamento dell’ipertensione arteriosa. I farmaci attualmente in uso sono numerosi, quasi tutti con un beneficio terapeutico, ma purtroppo anche con effetti collaterali, e d’altronde alcune volte il paziente non risponde al trattamento farmacologico.

La disfunzione erettile si combatte con le onde d’urto a bassa intensità

Negli ultimi tempi si stanno proponendo numerose cure alternative alla classica terapia medica con le compresse: le onde d’urto a bassa intensità, introdotte circa 10 anni  fa da un gruppo di medici israeliani, sono una interessante proposta terapeutica per il trattamento della disfunzione erettile.

Gli esperimenti iniziali hanno evidenziato come, grazie all’emissione di onde d’urto a bassa intensità, sia possibile rigenerare i tessuti infartuati (e dunque compromessi  da un punto di vista vascolare) riattivando il processo di vascolarizzazione.

Oggigiorno le onde d’urto a bassa intensità sono diventate una realtà terapeutica comprovata nel trattamento della disfunzione erettile; solitamente si eseguono sedute di circa 20 minuti una volta a settimana per almeno 6 settimane.

Questo tipo di trattamento risulta essere molto efficace nei pazienti che non rispondono più alla terapia farmacologica ed inoltre sono in grado di assicurare una miglioramento nella risposta vascolare ai   farmaci per almeno 2 anni. Per il momento sono proposte come terapia di secondo livello, ossia intervengono quando non c’è più una risposta ai farmaci, ma nuovi studi e nuovi protocolli stanno cercando di inserire questa metodica come trattamento di prima linea.

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