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Mercoledì, 8 Dicembre 2021
Spazio, l'Universo a casa tua

Opinioni

Spazio, l'Universo a casa tua

A cura di Chi ha paura del buio?

Sette anni fa arrivammo su una cometa

Una paperella di gomma. Se vi avessi detto di lanciare una delle missioni spaziali più ambiziose della storia verso una papera spaziale mi avreste preso per pazzo, eppure questo è quello che siamo riusciti a fare.

Sette anni fa Philae atterrava sulla superficie della cometa 67P/Churyumov-Gerashimenko (Chury per gli amici), la prima volta che un manufatto umano toccava la superficie di una cometa senza andare in pezzi e che da essa trasmetteva dati e osservazioni. Per Zeus, sono passati sei anni!!

12 novembre 2014, ore 16:03: il centro di controllo dell’agenzia spaziale europea riceve un segnale dalle profondità dello spazio. Il segnale aveva viaggiato per 28 minuti e oltre 500 milioni di km, e ci diceva che Philae aveva finalmente toccato il suolo della sua cometa. Ricordate l'attesa spasmodica, la tensione e poi gli applausi di liberazione? Ricordate l’incontenibile gioia di Andrea Accomazzo, l’allora responsabile delle operazioni di volo della missione, premiato poi da Nature come scienziato dell’anno 2014?

Purtroppo però il touchdown fu l'inizio di un calvario. Gli arpioni di Philae non si attivarono, e l’attracco non poté avvenire come previsto. Philae rimbalzò fino a 1 km di quota, toccò nuovamente la superficie di 67P alle 17:25 e ancora alle 17:31. Non era danneggiato, ma era inclinato rispetto al suolo e in ombra: i suoi pannelli non catturavano abbastanza luce.

A Darmstadt fecero miracoli per mantenere in vita Philae il più a lungo possibile, ma le comunicazioni si interruppero poco dopo la mezzanotte del 15 novembre.

Solo due anni più tardi, poco prima della fine della missione, verrà identificato il luogo di arresto del lander, ora rinominato Abydos, come l'antica necropoli egiziana.

Il piccolo lander riuscì comunque a inviarci tutti i dati che aveva raccolto nella sua breve missione. «Benvenuti su una cometa», diceva chiaramente la prima foto trasmessa dal robottino. «Ce l’avete fatta, ci siete arrivati». E ci diceva anche qualcos’altro, che forse ha a che fare con le parole che Melville fece dire al suo capitano Achab: «Io sono tormentato da una smania sempiterna per le cose lontane». La stessa smania che da sempre fa da motore alla nostra natura di esploratori. Quella smania che nell’arco di qualche secolo ci ha trasformato da quelli che temevano le comete come presagi magici a quelli che ci posano sopra un lander.

Tanti auguri Philae, grazie di tutto e buon viaggio.

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