Domenica, 13 Giugno 2021
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A cura di Alice Grecchi

Resilienza - Alla me di ieri e a quella di oggi

Ho iniziato questo blog un anno fa. Volevo raccontare le persone e le loro storie. Persone che hanno saputo trasformare difficoltà in opportunità, persone che hanno inseguito i loro sogni. Persone resilienti quando la parola resilienza forse era ancora sulla bocca di pochi.

Poi è arrivata la pandemia e la resilienza è stata sulla bocca di tutti. Io però per molti mesi non sono riuscita a scrivere. Perché il Covid19 l’ho vissuto sulla mia pelle e in prima persona. Giovedì 20 febbraio, nel pomeriggio, ho salutato i colleghi e sono uscita dall’ufficio come sempre. Il giorno seguente avrei lavorato da casa in smart working e davanti a me avevo poi quattro giorni di vacanza in Sicilia per il compleanno di mio marito.

La mia tranquilla e pianificata routine è svanita verso le 7.30 di venerdì mattina, quando ho letto le prime notizie. Il coronavirus era arrivato in Italia. No, era arrivato proprio a Codogno, dove abito e dove sono nata.

Quello che è successo nelle ore immediatamente successive lo sanno tutti. I blocchi, la zona rossa, i contagi che con il passare delle ore aumentavano, i tanti decessi. Quello che non sanno è come lo abbiamo vissuto noi. Il mio timore iniziale era dover assistere a una caccia all’untore, al sospetto. Invece la mia comunità mi ha stupita. E in questa occasione ho capito quanto io ne sia parte e quanto abbia bisogno di lei, nella sua complessità e diversità di pensieri e culture. In questi mesi ho potuto riscoprire le mie radici, che non credevo essere così ben salde nel terreno.

Nei giorni immediatamente seguenti al 21 febbraio, mentre i timori e la paura cannibalizzavano la narrazione sui media e fra le persone, noi ci siamo organizzati. Il primo pensiero è andato alle persone più fragili ed escluse. E tramite un tamtam sui social ecco che mi sono ritrovata insieme ad altri concittadini a mettermi a disposizione del Comune e della Protezione Civile per affrontare un’emergenza inedita. Abbiamo risposto al telefono, dato informazioni e raccolto le richieste e i bisogni delle persone, soprattutto le più fragili o sole. Ci siamo attivati per mappare i bisogni e cercare di non lasciare nessuno escluso. Abbiamo individuato le azioni da fare e le priorità. Non ci siamo fatti prendere dal panico ma abbiamo partecipato, ognuno come ha potuto, nel creare una narrazione differente da quella che è stata spesso rappresentata al di fuori della prima zona rossa. Le nostre giornate sono state piene, non ci siamo affatto annoiati.

L’esperienza di quei giorni, rivista oggi a mesi distanza e nonostante il dolore per le persone che abbiamo perso così improvvisamente, è il regalo più grande che questo anno potesse farmi. Io lavoro in un’organizzazione internazionale che fianco a fianco con le comunità in Italia e nel mondo si occupa di diritti umani e di lotta alle disuguaglianze sociali. Nel mio lavoro vedo spesso il grande potere di cambiamento che hanno le persone, se sono messe al centro di ogni intervento ed è data loro la possibilità di organizzarsi ed esprimersi. Son fiera di averlo visto anche qui a Codogno e negli altri paesi del basso lodigiano. Molte delle persone che abbiamo perso in questo anno a causa del Covid19 erano impegnate nel campo dello sport, del volontariato. Hanno lasciato non solo un vuoto ma anche un’eredità da raccogliere. Quei giorni di convivenza forzata ma serena che abbiamo vissuto a febbraio si sono rivelati un’occasione per riscoprirci comunità attiva e solidale. Lo eravamo già, dovevamo solo ricordarcelo.

Qual è la domanda a cui vorresti rispondere ma che ancora non ti è stata fatta?

Avrei voluto che mi chiedessero “Perché avete scelto di mettervi in prima linea?” Avrei risposto che molte delle cose che abbiamo fatto come gruppo di volontari potevano certamente esser fatte meglio. Ma potevano anche non essere fatte e se avessimo dato voce solo ai nostri timori e alla nostra paura avremmo perso l’occasione e la consapevolezza di aver contribuito a creare un modello di partecipazione civica a partire dal “caso Codogno”. Sono fiera di quello che abbiamo contribuito a realizzare. Non abbiamo fatto nulla di straordinario ma nell’eccezionalità del momento abbiamo scelto di rispondere con l’impegno e l’attivismo civico. Ed è un’esperienza che ci ha profondamente cambiati.

Il mio caffè: rigorosamente senza zucchero, con un lieve aroma di vaniglia. Meglio se bevuto in una tazza di vetro.

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