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Mercoledì, 21 Febbraio 2024
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A cura di Massimiliano Dona

L'autogol delle chiusure domenicali: l'arte tutta italiana di farsi male da soli

Una celebre barzelletta racconta che se la nazionale italiana di calcio giocasse da sola in campo sarebbe capace di perdere la partita. Lo humour britannico racconta così il celebre autolesionismo italico. Beh la storiella mi è tornata in mente osservando la proposta di tornare a regolamentare le aperture domenicali dei negozi: insomma, proprio mentre Istat annuncia il ritorno dell'Italia in recessione, si riapre la polemica sulle chiusure festive dei negozi, con una proposta di legge che non potrà che peggiorare il già complesso quadro del Paese.

Secondo le stime, caleranno i livelli occupazionali (si parla di 30.000 lavoratori), ma si rischia anche uno shock sui consumi (per oltre 4 miliardi di euro), distorsioni nella concorrenza tra imprese e disparità di trattamento tra i cittadini per una nuova recrudescenza della burocrazia degli enti territoriali. Cambieranno le dinamiche del mercato, dando ulteriore impulso all'e-commerce e penalizzando il commercio fisico, che è un settore ad alta intensità occupazionale.

E cosa ne sarà dei consumatori? Dal punto di vista dell’Unione Nazionale Consumatori è questo che ci interessa: meno servizio ai consumatori, costretti a modificare le proprie abitudini di acquisto ormai consolidate dopo oltre 7 anni di aperture domenicali. 

D'altra parte si osserva che la revisione non dovrebbe prevedere (bontà loro) alcuna "interruzione" del servizio ai consumatori: la bozza infatti esclude dall'obbligo di chiusura domenicale tutte le attività dei centri storici, a prescindere dalla dimensione, e tutti i negozi sotto i 150 metri quadri e, nelle città con più di 10mila abitanti, sotto i 250 metri quadri. Insomma, si dice, oltre 400mila negozi in tutta Italia che potranno dunque restare aperti la domenica.

A noi non convince l'obiettivo dell'intervento legislativo: tutelare i lavoratori vessati? Riequilibrare la concorrenza nel settore nel rispetto del pluralismo distributivo? Entrambe le finalità stanno a cuore anche a chi si occupa dei consumatori, ma non siamo certi che questo intervento rispetterà le attese: ma sono le norme sul diritto del lavoro (e la presenza -non sempre all’altezza- dei sindacati che dovrebbero presidiare questi diritti civili). Quanto all'erosione di quote di mercato da parte della Grande Distribuzione in danno dei piccoli esercizi, siamo certi che non ci siano altre strade? Non è colpa delle aperture domenicali! Forse occorre fare di più contro la concorrenza sleale del web e sul fronte delle politiche attive per la tutela degli esercizi di minori dimensioni (del tutto assente nella proposta, come una più generale politica di sostegno ai consumi).

Serve una soluzione condivisa da tutti: vorremmo essere convocati nuovamente, per ricordare a chi ci governa che la proposta è dannosa sia per i consumatori sia per le imprese e corre il rischio di avere negative ripercussioni sotto il profilo occupazionale: secondo i dati, il lavoro festivo vale oltre 130 milioni di fatturato e (vale la pena di ricordarlo) tutti i lavoratori hanno le ore ordinarie domenicali e festive maggiorate del 35% (così come gli straordinari, ben oltre il 50%).

Insomma, capisco la necessità di inseguire il consenso, ma non farlo a danno della collettività: sarebbe un autogol in una partita giocata da una sola squadra in campo! E davvero non ne sentiamo in bisogno!

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