Martedì, 26 Gennaio 2021
AAA... acquisti

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A cura di Massimiliano Dona

Perché la proposta del Governo di chiudere i negozi la domenica è un ritorno all'età della pietra

E' surreale che il Governo, a fronte dei dati desolanti sui consumi delle famiglie, avanzi la proposta di chiudere i negozi la domenica, invece di aiutare i commercianti rilanciando la capacità di spesa delle famiglie. Con l’Unione Nazionale Consumatori abbiamo le idee chiare: questa controriforma illiberale è un ritorno all'età della pietà che avrà effetti negativi sulle vendite e sull'occupazione! Non è pensabile che gli acquisti fatti la domenica (circa il doppio rispetto a un qualunque giorno della settimana) potranno essere redistribuiti durante i giorni lavorativi; e lo stesso vale per i posti di lavoro (alcune stime raccontano di 30/40 mila contratti a rischio).

Con tutti i problemi che abbiamo in Italia si discute ancora (il dibattito è ricorrente) di togliere una norma di libertà che consente al commerciante di aprire quando vuole cancellando l'unica liberalizzazione fatta dai tempi delle “lenzuolate Bersani” e invece di fare passi avanti verso un libero mercato, si smonta quel poco di buono fatto in passato.

Gli abolizionisti che vorrebbero chiudere i negozi di domenica giustificano l’iniziativa sostenendo la necessità di aiutare i piccoli negozi di prossimità e proteggere i lavoratori vessati da turni esagerati di lavoro festivo; voglio chiarire che si tratta di due priorità che un rappresentante dei consumatori non può non avere a cuore. Tuttavia si tratta di esigenze che non hanno nulla a che fare con gli orari dei negozi: quanto al commercio di prossimità, sono altre le leve da azionare. I dati sulle chiusure dei piccoli negozi snocciolati da Confeserecenti non dipendono certo, come vorrebbero farci credere, dalle aperture domenicali, ma dal fatto che le famiglie hanno finito i soldi e ridotto i consumi al minimo. Non è certo chiudendo i negozi che aumenteranno le vendite, bensì facendo il contrario.

D’altro canto non è accettabile che si usino strumentalmente i lavoratori pur di revocare una libertà di mercato: il diritto al riposo settimanale del singolo lavoratore è sacrosanto, ma ancora una volta non ha nulla a che fare con l'apertura 24 ore su 24 o quella domenicale. Se ci sono commercianti che sfruttano i dipendenti, allora si denuncino agli ispettorati del lavoro, i sindacati e il legislatore si occupino di questo problema, aumentando le tutele dei lavoratori, ma non chiudendo negozi e fabbriche.

Anzi, direi proprio che, grazie ad alcuni contratti di part time verticale, sono ormai in tanti coloro che sono stati felicemente assunti per lavorare nel solo nel fine settimana. Insomma, le aperture domenicali non sono sinonimo di sfruttamento, ma di più occupazione: provate a chiederlo a quelle mamme che, potendo lavorare solo nel weekend, sono potute tornare al lavoro, lasciando i figli ai mariti che lavorano nei giorni feriali. Il vero problema, sul quale il Governo dovrebbe concentrarsi, è che oggi un solo stipendio in famiglia non basta più.

Ancora: qualcuno giustifica la controriforma sostenendo che non si introduce un divieto assoluto di lavoro domenicale, essendo previste alcune deroghe e una turnazione tra i negozi di un determinato territorio. Eppure anche questo schema mi pare anacronistico: torniamo all'epoca dell'economia dirigista, quando a decidere le aperture erano i Comuni in riunioni infinite con commercianti, sindacati e associazioni di categoria. Invece di lasciare libertà di scelta a ogni singolo commerciante, che autonomamente può ora decidere se aprire o restare chiuso a seconda delle sue esigenze personali e convenienze economiche, si impone una scelta dall'alto. Senza dire del surplus di burocrazia, dei molti dubbi sui criteri per la turnazione: non tutte le domeniche sono uguali in termini di vendite (restare aperti la domenica prima di Natale è ben diverso che restare aperti in una qualunque altra domenica). Che si fa, si estrae a sorte il fortunato? 

In tutto ciò sembra dimenticarsi la concorrenza dell’ecommerce che schiaccerà ancor più il commercio tradizionale. E a nulla vale (se non a far sembrare ancora più folcloristica la proposta) la strana idea di fermare anche le vendite online durante il settimo giorno.

Insomma, giù le mani dalla libertà di apertura dei negozi: resistiamo vi prego alle speculazioni che credono di poter trarre qualche consenso nel modificare una norma che sancisce la sacrosanta libertà d’impresa senza vincoli anacronistici e restrizioni tipiche di un'economia dirigistica che non funziona più in nessun paese al mondo. Voi che ne dite?

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