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Mercoledì, 17 Luglio 2024
Storie

Problema del sud? In realtà caporalato e sfruttamento sono una piaga in Lombardia

Un report indaga tre filiere produttive: meloni, suini e insalate. Cosa emerge? Il quadro di una preoccupante geografia dello sfruttamento

Si è pensato per anni (o si è voluto credere) che il caporalato fosse una piaga che investiva solamente il sud del nostro paese. Già alcune indagini hanno confermato che non è così: distorsioni nelle filiere agricole che riguardano sistemi di sfruttamento a catena (quelle dei caporali ad esempio, dei loro padroni e dei loro subalterni) sono ben presenti in tutta Italia. Questa volta tocca alla Lombardia.

A firmare il nuovo rapporto (in uscita a luglio 2023) è l’Associazione Ambientalista Terra! che da anni si occupa di filiere e agricoltura. Attraverso l’ispezione di tre filiere specifiche, quella dei meloni, dei suini e delle insalate, emerge una geografia preoccupante dello sfruttamento, proprio nel cuore dell’Italia industriale e al contempo agricola. “Siamo stati nei luoghi della produzione, abbiamo ascoltato le voci delle lavoratrici e dei lavoratori, abbiamo incontrato i sindacati e le imprese, le aziende agricole e quelle della trasformazione e, dopo mesi di inchiesta sul campo, ne è emerso un quadro che dimostra, che lo sfruttamento del lavoro è un fenomeno ancora molto presente, sebbene molti operatori intervistati abbiano fatto fatica a definirlo tale e che, pur cambiando nelle forme e nelle modalità, è parte dell’economia agricola”.

La legge sul caporalato e le sue conseguenze

Il primo dato da segnalare è che, in seguito alla pionieristica legge sul caporalato italiana, la 199 del 2016, il fenomeno si è in parte bloccato, ma oggi è arrivato ad assumere nuove forme che coinvolgono cooperative, società e agenzie che sembrano agire nel solco della legalità. A prevalere sembra il fenomeno del lavoro grigio: per fare qualche esempio le giornate lavorative in agricoltura sono parzialmente registrate (mai del tutto) oppure viene richiesto al lavoratore di svolgere mansioni diverse o ulteriori rispetto alle dichiarate.

Una distesa di serre in Lombardia

La filiera dei meloni: l’Italia tra i primi produttori

L’Italia è la seconda produttrice in Europa di meloni dopo la Spagna. La regione più produttiva è la Sicilia, seguita poi dalla Lombardia. In Italia si producono 598 mila tonnellate di meloni in un anno (dato 2022), di cui 515 mila a cielo aperto, il resto in serra. In particolare l’indagine si concentra nella zona di Mantova, dove emerge che esiste una sproporzione tra il prezzo di acquisto (soprattutto da parte della Grande Distribuzione) e il costo di produzione. E se diventa insostenibile? Si cerca di risparmiare proprio sulla manodopera, che è essenziale per la raccolta dei meloni e la lavorazione dei terreni. Questo genera fenomeni di lavoro grigio ma anche nero, che si riversano soprattutto sui lavoratori stranieri, spesso irregolari.

La raccolta ph. Terra Giovanni Culmone

La quarta gamma e l’industria delle insalate

Con questo termine si identifica quel settore produttivo che lavora il prodotto “ready to eat”, ovvero pronto da mangiare. Per esempio le insalate in busta, già lavate e tagliate, da aprire e mangiare. Una comodità che ha preso sempre più piede, ma a quale costo? Si tratta di un comparto che ha fatto dell’industrializzazione il suo punto di forza, dove i meccanismi tipici della catena di montaggio sono diventati prevalenti. Se, da un lato, questo sistema porta con sé i vantaggi dell’efficientamento e della standardizzazione, dall’altra si trascina tutte le falle del sistema industriale: ritmi di lavoro massacranti, esternalizzazione del lavoro, giungla di contratti.

Le foglie in serra ph. Terra Giovanni Culmone

Sebbene non si possa parlare propriamente di caporalato in questa filiera, emergono altri aspetti preoccupanti, soprattutto in Lombardia dove la produzione della quarta gamma tocca numeri importanti. “Sebbene non ci siano numeri concordanti circa gli ettari destinati alla IV gamma, secondo alcune stime, sarebbero circa 500 le aziende produttrici per una superficie coltivata di 6500 ettari, di cui la metà in serra” riporta il report, circa 3000 ettari di serre, tubi e plastica. E ancora “La velocità è la determinante della creazione di valore per il comparto. E il costrutto ideologico che genera significato lungo gli anelli della filiera: il prodotto offerto non è il vegetale. Ma è il “tempo libero” propedeutico al consumo”.

Serre viste dall'alto ph. Terra Giovanni Culmone

I dati parlano anche di un settore che ha fermato in parte la sua crescita (“tra il 2019 e il 2022, il prezzo medio al chilogrammo della frutta e della verdura targate IV gamma è sceso da 6 euro e 83 centesimi a 6 euro e 59 centesimi”). A incidere sarebbe il sovraffollamento del comparto, nonché la maggiorazione dei costi di produzione, che un comparto così tecnologico deve obbligatoriamente sostenere. Per stare dietro a ritmi serrati, da macchina, i dipendenti intervistati parlano di lavoro usurante, 6 giorni su 7 (un giorno di riposo) al freddo e per ore interminabili. Sono per lo più stranieri di origine indiana, una comunità su cui si regge il lusso della preziosa busta di insalata. Gli intervistati parlano anche di malattie professionali, alla colonna vertebrale, le spalle e i gomiti. Le temperature intanto devono sempre rimanere basse per non far deperire il prodotto, mentre i lavoratori vengono inquadrati in un complesso sistema di contratti.

Un universo di maiali. Come funziona la filiera dei suini

Un allevamento di suini ph. Terra Giovanni Culmone

Qui si entra nel campo del detto e ridetto, poiché “la Lombardia ospita il 50% dei capi suini presenti su tutto il suolo nazionale, oltre 4 milioni stipati in 6.7471 allevamenti”. Che impatto produce questa industria sull’ambiente e sui lavoratori? È complesso rispondere, anche perché il quadro che emerge è quello di un settore estremamente parcellizzato, costretto a mantenere i prezzi bassi, con impatto diretto sulla produzione (che nel frattempo ha visto crescere i costi per via dell’inflazione e dei rincari energetici). Alcuni dipendenti di questo universo hanno testimoniato di lavorare stabilmente per la stessa azienda, eppure di essere in mano a cooperative terze. Questo sistema di incastri e appalti può alleggerire i costi dell’imprenditore (che è costretto a sua volta a tenere i prezzi di vendita bassi) ma pesa anche sulle buste paga dei lavoratori. “È urgente intervenire con normative ad hoc sulle cooperative perché non siano più la forma legalizzata del caporalato” conclude il rapporto, che invia la richiesta anche alla Regione Lombardia. A questo link si può leggere l’intero rapporto. 

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