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Martedì, 23 Aprile 2024
Città Arezzo

Gli amputano il pene ma il tumore non c'è: medico nei guai

Il caso che il prossimo 9 marzo approderà nell'aula del tribunale di Arezzo: un urologo rischia il processo, mentre il paziente chiede un risarcimento per il danno ricevuto

Un delicato intervento chirurgico, l'amputazione del pene, riuscito con successo prima della scoperta: del tumore non vi era nessuna traccia. Per questo motivo un urologo è finito sotto accusa, con il paziente che chiede di essere risarcito per il gravissimo danno ricevuto. Un caso molto delicato che il prossimo 9 marzo approderà nell'aula del giudice del Tribunale di Arezzo, Claudio Lara, per l'udienza preliminare.

A rischiare il processo è un medico di 30 anni, che il 13 novembre 2018 eseguì all'ospedale San Donato di Arezzo l'operazione chirurgica demolitiva su un uomo, classe 1954, della Valtiberina, che era stato precedentemente visitato in ottobre. Si sospettava una patologia tumorale al pene poi smentita dagli esami istologici "tardivi", secondo i legali del paziente, sui tessuti prelevati. L'udienza preliminare è prevista per il 9 marzo, con il paziente che verrà rappresentato dagli avvocati dello studio Bianchi di Città di Castello: Roberto Bianchi, Gianmarco Bianchi e Antonino Belardo. La Procura aretina aveva concluso per l'archiviazione, ma i legali si sono opposti e il procedimento penale andrà avanti (parallelamente a una causa civile). Il giudice Giulia Soldini, valutato il caso, vuole invece approfondire eventuali responsabilità penali, ovvero se da parte dell'urologo ci siano state o meno omissioni, imperizie o negligenze.

Ma perché l'uomo era stato operato? "Dopo una visita dal medico curante, si era rivolto a uno specialista in urologia - spiega l'avvocato Gianmarco Bianchi - e, dopo una prima valutazione, si era deciso di operare di urgenza. Secondo il dottore ne andava della vita stessa del paziente". L'uomo, all'epoca 64enne, si era così sottoposto a glandulectomia, ovvero la rimozione della porzione più distale del pene, il glande. "Dopo l'intervento - continua l'avvocato Bianchi - il paziente ha avuto gravi ripercussioni, anche permanenti: ha dovuto portare il catetere per tre mesi, non può avere più rapporti sessuali né fare pipì in posizione eretta". Secondo i legali, insomma, occorreva attendere e valutare con accuratezza il da farsi, piuttosto che procedere con l'operazione d'urgenza. "I risultati degli esami istologici, successivi all'operazione, hanno chiarito che non c'era patologia tumorale. Soltanto mesi dopo l'intervento, nella primavera del 2019, analisi hanno chiarito che il paziente era affetto da un'infezione, la sifilide, che è stata poi opportunamente curata con antibiotici".

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