Giovedì, 3 Dicembre 2020
Palermo

Palermo, è della mafia il bar davanti alla tomba di Giovanni Falcone

Un boss aveva investito nel “Gran cafè” che sorge davanti al pantheon dove sono custodite le spoglie di Giovanni Falcone. Sequestrati beni per 15 milioni di euro a Francesco Paolo Maniscalco

PALERMO - Un boss aveva investito nel “Gran cafè” che sorge davanti al pantheon dove sono custodite le spoglie di Giovanni Falcone.

Sequestrati beni per 15 milioni di euro a Francesco Paolo Maniscalco, figlio di Salvatore, della famiglia mafiosa di Corso dei Mille. La guardia di finanza, in esecuzione di un provvedimento emesso dal Tribunale di Palermo-sezione Misure di prevenzione, ha apposto i sigilli al suo patrimonio, composto da otto aziende, immobili, auto e decine di rapporti finanziari. Tra le attività in questione il Gran Cafè San Domenico, che si trova di fronte alla chiesa dove è sepolto Falcone, una palestra di via Dante e altre aziende operanti nel settore dolciario e della torrefazione del caffè. 

L’attività riguarda la proposta di applicazione delle misure di prevenzione nei confronti di Francesco Paolo Maniscalco, che vanta una storia criminale di tutto rilievo sin dalla fine degli anni ‘80. Dalle ricostruzioni operate dal Gico di Palermo, il Gruppo d’investigazione sulla criminalità organizzata, emergono infatti diverse condanne per tentato omicidio, rapina, associazione a delinquere, stupefacenti, intestazione fittizia ed associazione a delinquere di stampo mafioso. Francesco Paolo Maniscalco è stato arrestato nella notte di Natale del 1993, nel corso dell’operazione denominata "Angelo due", che portò all'arresto di 15 soggetti appartenenti ad una organizzazione dedita al traffico di stupefacenti e operante lungo l'asse Colombia/Gran Bretagna/Italia, in collegamento con i cartelli di Calì e della Valle del Cauca (Colombia).

Nel 2000 è stato nuovamente arrestato, unitamente ad altri esponenti di vertice del mandamento mafioso di Palermo-Porta Nuova, per aver organizzato una rapina da 20 miliardi di lire all'Ufficio di Crediti su Pegno della Sicilcassa di Palermo fatta nel 1989. Dopo appena due anni, a giugno del 2002 è stato nuovamente arrestato per associazione a delinquere di stampo mafioso. In questo caso le indagini hanno messo in luce i rapporti privilegiati con Giuseppe Salvatore Riina, figlio del più noto “Totò”. In quel contesto è emerso come Francesco Paolo Maniscalco fosse l’anello di congiunzione tra quest’ultimo e numerosi altri mafiosi palermitani.

Già nel 2012 i finanzieri del nucleo di polizia tributaria di Palermo avevano indagato sui suoi interessi economici, portando alla luce un patrimonio ed una galassia di società a lui riconducibili, ma intestate fittiziamente a terzi. "La misura di prevenzione patrimoniale applicata - si legge in una nota - dal Tribunale delle misure di prevenzione, presieduto dal Giacomo Montalbano, su proposta del procuratore aggiunto Bernardo Petralia e del sostituto procuratore Calogero Ferrara, rappresenta un duro colpo per l’economia vicina alla mafia di Palermo centro. Le aziende sequestrate saranno affidate all’amministrazione giudiziaria nel rispetto dei principi di legalità”.

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