È morto Pasquale Casillo

L'ex re del grano e presidente del Foggia Calcio si è spento all'ospedale di Lucera

L'allenatore del Foggia, Zdenek Zeman (D) con Pasquale Casillo, il patron a capo di una cordata di industriali alla presentazione del nuovo allenatore a Foggia. In una foto di archivio del 2010. ANSA/ MAURIZIO MAIZZI

Nella notte dell'8 settembre 2020 è morto Pasquale Casillo: l'ex re del grano e presidente del Foggia Calcio si è spento all'ospedale di Lucera. Casillo lascia in eredità il capitolo più importante del calcio rossonero e la sua storia, quella di don Pasquale (così era stato soprannominato sul Tavoliere), di un imprenditore che aveva deciso di investire nel calcio e di fare calcio in una città che masticasse pane e pallone. 

Numero uno degli imprenditori foggiani, aveva scelto il capoluogo dauno per i suoi affari e che qui si era affermato tra gli Ottanta e i Novanta tanto da guadagnarsi, nella terra dell'oro giallo, l'appellativo indiscusso di re del Grano. 

Morto Pasquale Casillo: il ritratto su Foggia Today

In una lettera del 4 luglio del 2019 indirizzata a Massimo Nardella di Foggiatoday scriveva così: "Sono l’ex Patron del Foggia Calcio, per intendere quello della seria A con Rambaudi, Signori, Baiano, Kolivanov, Shalivomv, di Biagio etc. etc.; sono l’ex Re del Grano, proprietario di 52 aziende tutte miseramente annientate da una campagna di odio e diffamazione che portò al mio arresto e alla mia assoluzione dopo 14 di causa; le mie società sono fallite non per mala gestio ma per la chirurgica operazione di delegittimazione posta in atto da schegge impazzite rappresentati da falsi pentiti manipolati da alcuni magistrati (per fortuna pochi, considerato che la gran parte dei essi è gente per bene) politicamente indirizzati a danzare sul mio cadavere". Scrisse anche che un giorno avrebbe fatto nomi e cognomi.

In quella lettera fiume precisava di essere tornato a Foggia da uomo libero e da persona dal certificato penale immacolato. "Ho ripreso a sognare una programmazione per il futuro del Foggia Calcio che non passasse dalle spese folli e che non potesse prescindere da uno stadio e da un settore giovanile fucina di campioni del domani. Ho sognato di ritornare ma la forza non era più la stessa. Ho chiamato al mio fianco i miei ex amici, ossia quelli che un tempo fecero conoscere Foggia fino a Madrid e a giocare con il Real. Ho sognato, è vero. Quando sei innamorato non puoi ragionare che con il cuore. Il cuore mi disse di ricomprare il Foggia Calcio nel 2010 dagli imprenditori che lo vendettero con passività di oltre un milione e mezzo di euro e con la promessa delle sponsorizzazioni finalizzate all’accollo della metà della debitoria. Lo compari con uno stadio non adeguato alla serie C, con una capienza di meno di 3.000 spettatori e con un manto erboso reduce da un concerto che costrinse la squadra a giocare in trasferta le prime tre partite di campionato. Lo comprai tra mille problemi economici e sull’orlo della mancata iscrizione; lo comprai per l’amore che ancora nutro nei confronti di quei colori. Con me ritornarono Zeman Pavone e Altamura. Ognuno di loro ci mise del suo. Onore e tutti e tre. Con loro arrivarono , tra gli altri, Insigne, Laribi, Sau, Regini, Romagnoli, Salamon, e tanti altri campioni che ancora militano in serie A e in Nazionale. Mai scelta più oculata fu fatta e mai i conti di quella società, a parte i debiti pregressi, non consentirono al Foggia la certificazione della COVISOC".

E ancora, "il mio Foggia fallì per meno di centomila euro. Il mio Foggia subi torti arbitrali, torti amministrativi con il peggior nemico rappresentato dal Comune di Foggia; torti giudiziari. Nessun imprenditore che fino a ieri è corso al capezzale del Foggia con una mano dentro il portafoglio e una sul portafoglio per timore che i soldi uscissero realmente, mi aiutò a superare la china e a partecipare al completamento della fidejussione".

Negli anni, e in più occasioni, l'imprenditore di San Giuseppe Vesuviano aveva affrontato anche il tema del suo addio alla Foggia rossonera, città che aveva scelto per continuare a vivere: "Fui costretto a abdicare anche a causa di coloro che fomentarono la folla e organizzarono manifestazioni e cortei di piazza per allontanarmi". Il riferimento è alla manifestazione di piazza Cavour del maggio 2012 quando circa 500 tifosi chiesero la sua testa: "Casillo vattene!"

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Otto anni dopo, in una notte di settembre, Casillo se n'è andato davvero, abbandonato, messo in un angolo da quella piazza che pure aveva fatto conoscere al mondo grazie alle gesta del trio Baiano-Rambaudi-Signori e di Zemanlandia. Quella piazza che oggi forse si pente e prova a rendergli giustizia: "Grazie don Pasquà, ci hai fatto sognare". 

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